Se è vero che la bellezza salverà il mondo

Fonte Studi cattolici n.694 marzo 2015
 
Tenebra & luce in Dostoevskij
 
Autore Alessandro d’Avenia
 
AR – Pietroburgo, 22 dicembre 1849: una manciata di uomini in camicia di fronte al plotone di esecuzione nella piazza ghiacciata. In attesa della scarica letale, uno di loro d’improvviso esclama: «Saremo con Cristo?», quell’uomo è Fëdor Dostoevskij, che sopravviverà alla condanna e che quel giorno incontrerà la sua Damasco. È da questo intensissimo episodio che il romanziere Alessandro D’Avenia (autore di Bianca come il latte rossa come il sangue, Cose che nessuno sa e del recente Ciò che inferno non è, pubblicati da Mondadori) prende spunto per raccontare il «suo» Dostoevskij analizzando la sottotraccia delle sue narrazioni che hanno scandagliato il cuore dell’uomo con ineguagliata profondità. Il saggio, che apre questo «Quaderno» di Sc dedicato alla letteratura dell’Europa dell’Est, è una rielaborazione (di cui abbiamo mantenuto la vivacità dell’esposizione orale) dell’intervento dello scorso 15 gennaio presso il Politecnico di Milano e organizzato da «Lista Aperta Polimi».
 
La cultura non è consumare prodotti di cultura. Consumiamo i quadri delle mostre, leggiamo libri, ascoltiamo musica… è vera cultura consumarne il più possibile? La cultura non è un oggetto, ma uno spazio, che unisce l’uomo a sé stesso e agli altri uomini. Non vorrei fare l’ennesimo tentativo di «consumare» Dostoevskij, anche perché è un amico e gli amici non si consumano, con gli amici si parla. Per molti Dostoevskij è l’autore di cui… «a pagina 10 non si ricordano i personaggi di pagina 3»: appunto un autore difficile da «consumare» e questo già tradisce la sua grandezza. Chiunque abbia provato a leggerne un romanzo è rimasto disorientato: è come muoversi in una foresta. Nel 1846, a 25 anni, finiti gli studi d’ingegneria, ottiene grande successo con un romanzo intitolato Povera gente. Descriveva le persone che aveva conosciuto nelle terre della sua famiglia. Il suo realismo ha qualcosa di nuovo, i socialisti ne fanno una bandiera. Ma la vera novità è ancora di là da venire, il motivo per cui Dostoevskij può essere messo accanto agli inventori dello spirito è solo all’alba. La lotta per la bellezza si combatterà altrove.

«E io dichiaro – gridò con voce stridula Stepan Trofimovič al colmo della frenesia – che Shakespeare e Raffaello stanno al di sopra dell’affrancamento dei contadini, al di sopra del nazionalismo, al di sopra del socialismo, al di sopra della giovane generazione, al di sopra della chimica, al di sopra di quasi tutto il genere umano, perché sono già il frutto, il vero frutto di tutto il genere umano e forse il frutto più sublime che mai si possa avere! Sono una forma di bellezza già raggiunta, senza la quale io, forse, non accetterei neanche di vivere. Oh Signore! – e batté le mani in aria – dieci anni fa a Pietroburgo, gridavo da un palco proprio allo stesso modo, proprio le stesse cose con le stesse parole e proprio allo stesso modo quelli non capivano nulla, ridevano e zittivano come ora; gente limitata, che cosa vi manca per poter capire? Ma lo sapete, lo sapete che senza gli inglesi l’umanità può ancora vivere, senza la Germania può vivere, senza i russi può vivere anche troppo bene, senza la scienza può vivere, senza pane può vivere, ma senza la bellezza no, perché allora non avrà assolutamente nulla da fare al mondo! Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui! La scienza stessa non si reggerà neanche un minuto senza la bellezza, lo sapete, questo, voi che ridete? Si convertirà in trivialità, non inventerete nemmeno un chiodo!» (I Demoni). Continua a leggere

Se per Veronesi il cancro è la prova che Dio non esiste

Umberto Veronesi

di Luigi Santambrogio

(da lanuovabq.it, 18.11.14)
 
Umberto Veronesi, chirurgo e direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia, si racconta nel libro Il mestiere di uomo, da oggi nelle librerie. Repubblica ne ha offerto un’anticipazione e si può ben immaginare che il libro mette per iscritto quando è duro e drammatico Il mestiere di vivere, se il paragone con Cesare Pavese non suonasse un tantino pretenzioso e sproporzionato. Ma il chirurgo Veronesi, ed è verità indiscutibile, è bravo a guarire il cancro mentre Pavese si arrese davanti all’impossibilità di curare il tumore che l’esistenza è in se stessa. Storia drammatica ma affascinante, quella che il professore racconta, perché ci rimette in faccia questioni forti e disperate che la cultura del Novecento ha sempre rimpallato senza dare mai offrire risposte convincenti. Però, più che nelle risposte, è nella domanda che si nasconde la verità, se non tutta almeno una sua piccola scheggia. Al centro dell’indagine di Veronesi ci sono il male, il dolore e le loro crudeli pretese di spadroneggiare sulle vite degli uomini. Continua a leggere