LETTURE/ Dostoevskij, il miracolo della felicità e le nostre “notti bianche”

Viviamo in una continua altalena tra sogno, realizzazione, smentita della realtà e nuovi sogni. Ma un attimo di felicità vale tutto il resto
 
di Joshua Nicolosi – Il Sussidiario 15.06.2019
 
“Mio Dio! Un intero attimo di felicità! È forse poco, foss’anche il solo in tutta la vita di un uomo?”. Si chiude così, con questo accorato interrogativo del suo protagonista, Le notti bianche, piccolo gioiello partorito dalla penna di Fëdor Dostoevskij nel 1848. È l’interrogativo di un sognatore, che ha appena visto andare in fumo il suo amore per la bella Nasten’ka, che a sua volta aspettava il ritorno del suo amato dopo un anno di lontananza. Così come in cenere sembra essere andata la speranza che, per una volta, la realtà che aveva sempre fuggito trincerandosi nell’atmosfera ovattata dei sogni potesse soddisfare il suo disperato desiderio di vivere pienamente, di imbattersi in emozioni in carne ed ossa. Ed infatti al nostro protagonista, dopo la perdita della fanciulla che lo aveva illuso, non resta che tornare nella sua cameretta per rimuginare, per operare un nuovo rifiuto della realtà in nome di una nuova, più rassicurante dimensione onirica. Ma il sogno può davvero essere una prigione per l’anima? O, piuttosto, dev’essere il trampolino verso la concretezza dell’esistenza, per quanto essa possa risultare straziante e imprevedibile?

Tutti gli uomini, a ben pensarci, in misura naturalmente differente, possono essere classificati come dei sognatori. E forse, tra i tanti motivi, la grandezza di Dostoevskij sta nel riuscire a fare breccia tanto nel cuore di quello più incallito e irriducibile, tanto in quello del più pavido e ritroso. Perché ogni sognatore, ogni essere umano, nell’immaginare la sua felicità, nel disegnare astrattamente gli scenari della sua realizzazione, è pervaso da un intenso appagamento. Trovare l’amore, raggiungere un traguardo significativo, fare felici le persone a cui teniamo, realizzare le proprie ambizioni sono tutte esigenze connaturate alla struttura dell’essere umano, che come tale è sempre proiettato verso un futuro in fieri, verso tappe da raggiungere e da plasmare sul modello dei progetti che le hanno animate. Continua a leggere

Arte e scienza: che cos’hanno in comune?

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di Giovanni Fighera
 
«Ma io dichiaro – strillò Stepàn Trofimovic, al massimo grado del furore – ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello stanno più in alto della liberazione dei contadini, più in alto dello spirito popolare, più in alto del socialismo, più in alto della giovane generazione, più in alto della chimica, quasi più in alto dell’umanità intera, giacché sono già un frutto, il vero frutto dell’umanità intera e, forse, il frutto più alto che mai possa essere! […]. Ma sapete, sapete voi che senza l’inglese l’umanità può ancora vivere, può vivere senza la Germania, può vivere anche troppo facilmente senza i russi, può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non si potrebbe vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo? Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui! La scienza stessa non sussisterebbe». Continua a leggere

Dostoevskij, il mondo salvato dal «sottosuolo»

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di Alessandro D’Avenia
 
Il primo Dostoevskij è come il primo Van Gogh: ci racconta l’uomo in modo romantico, quasi melodrammatico, il mondo dei poveri. Lo guarda con la compassione di colui che è già salvo, infatti lo fa dall’esterno. In Siberia è stato a contatto con i poveri, è stato lui stesso spogliato di tutto. E dopo esser tornato alla vita, scrive le Memorie del sottosuolo, in cui quello che fa è proprio quello che hanno fatto Dante con la Divina Commedia e Agostino con le Confessioni.

Ha scoperto il principio trasformante della vita, a partire da sé, la prima compassione l’ha sperimentata su di sé. Leggendo il Vangelo, ha scoperto che Cristo ha passato trent’anni della sua vita a essere uno qualunque, a lavorare, a fare il falegname. Scopre che ogni storia umana può diventare quella narrazione divina, perché Dio si è fatto carne e ha assunto, come Dio, tutta la condizione umana: pianto, sudore, incomprensione, dolore, fatica, sorriso, gioia, festa.   Continua a leggere

La dottrina politica del Cristo Re

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di Stefano Fontana
 
L’anno liturgico si conclude con la Festa di Cristo Re, che quest’anno cade domenica 24 novembre 2013. In questa occasione la Festa di Cristo Re si carica di ulteriori significati, in quanto segna anche la conclusione dell’Anno della Fede, iniziato per volontà di Benedetto XVI l’11 ottobre 2012 e che si concluderà, appunto, domenica 24 novembre 2013. Sembra importante, allora, chiedersi cosa sia questa Festa.
 
La dottrina di Cristo Re nel Catechismo

È utile innanzitutto precisare che la signoria o regalità di Cristo è un insegnamento della Chiesa contenuto nel Catechismo. Si tratta di una verità della dottrina della fede, come scrisse Pio XI, il Papa che istituì la festa: «è dogma di fede che Gesù Cristo è stato dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono obbedire» (enciclica Quas Primas). Continua a leggere

La bellezza salverà il mondo. Una lezione in una mostra

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Qualche anno fa ho letto e recensito proponendolo ai miei lettori un volumetto scritto da Giovanni Fighera, La bellezza salverà il mondo, pubblicato dalle edizioni Ares di Milano. L’autore in tempi dove imperversa il brutto e il ripugnante, propone coraggiosamente con forza lo studio della bellezza, attraverso la riscoperta del bello nell’arte e nella letteratura, nella filosofia e nella religione.

Il libro di Fighera potrebbe essere un ottimo strumento introduttivo alla Mostra curata dal professore Massimo Introvigne, vice reggente nazionale di Alleanza Cattolica, La via della bellezza: Ragionare sull’arte. E’ una mostra di parole e immagini, che intende rispondere alla sfida e all’appello che Benedetto XVI ha lanciato il 21 novembre 2009 in un discorso agli artisti nella Cappella Sistina, in Vaticano a Roma. Continua a leggere

La conversione è il sorriso del peccatore… e di Dio

come una madre che nota il sorriso del suo bimbo

Propongo questo bel commento di Padre R. Cantalamessa del 15 marzo 2007 a proposito del rapporto di Gesù con i peccatori.

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Il vangelo della IV domenica di Quaresima (Luca 15, 1-3.11-32) è una delle pagine più celebri del vangelo di Luca e di tutti e quattro i vangeli: la parabola del figliol prodigo. Continua a leggere

Quel volto nascosto in tutto ciò che è bello

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di Giovanni Fighera

Qual è l’«utilità» della bellezza nella nostra vita? Qual è il legame tra il bello e la civiltà, tra il bello e le altre discipline, tra il bello e le dimensioni concrete dell’esistenza? Affermare che la bellezza sia «disinteressata» coincide con l’attestazione della inutilità della bellezza?
Iniziamo col dire che la bellezza ha una suprema funzione educativa. Se, infatti, il bello produce sull’uomo l’effetto della contemplazione, allora esso ci educa a cogliere la realtà per quella che è, per il suo valore estrinseco. Di fronte al bello, l’uomo è portato, come primo, iniziale e puro impeto, a contemplarlo: è, quindi, educato a trasformare l’amore di concupiscenza in amore per l’oggetto in sé stesso. Questo sguardo puro, distaccato e contemplativo di fronte alla bellezza del reale si chiama verginità. Continua a leggere