Diritto di vivere e diritto di morire. L’autentico peso di una scelta

di Assuntina Morresi
 
Nessuna Corte verosimilmente se ne sarebbe occupata. Un trafiletto in cronaca locale nel gennaio 1992 per l’incidente stradale che la fece cadere in coma: forse non avremmo saputo nient’altro di Eluana Englaro, se fosse stata in vigore allora la legge 219/2017, quella sul consenso informato e le Dat (Disposizioni anticipate di trattamento), il “biotestamento”. Con questa norma, infatti, nel caso in cui una persona sia incapace di dare il proprio consenso e abbia un rappresentante legale che voglia sospendere alimentazione e idratazione artificiali è sufficiente che il suo dottore sia d’accordo, per farlo. E non serve interpellare un tribunale.

Non sarebbe stata neppure necessaria quella discutibilissima ricostruzione delle sue volontà richiesta dai giudici, quell’indagine surreale sui suoi stili di vita: i genitori, il curatore speciale, il medico di Eluana concordavano sul fatto che sarebbe stato meglio smetterla con il sondino che la teneva in vita, e sarebbe bastato loro appellarsi all’articolo 3 comma 5 di quella legge, se fosse stata in vigore. Si potrebbe obiettare che adesso, scrivendo le Dat, chi vuole continuare a vivere può farlo, anche se non può più dirlo, perché lo ha messo per iscritto prima: ma non è così. Innanzitutto, sono i più vulnerabili a non poterne fare uso, cioè coloro che non sono mai stati in grado di esprimere le proprie volontà, legalmente: chi non ha raggiunto la maggiore età, persone con patologie psichiatriche o gravi disabilità cognitive, «minori e incapaci», proprio coloro che per primi dovrebbero essere tutelati.

Vanno aggiunti poi, realisticamente, anche i giovani adulti come Eluana, perché è difficile pensare che a vent’anni si abbia già scritto il proprio testamento biologico; e ancora tanti anziani, specie quelli soli, sempre meno in grado di badare a se stessi, la cui volontà di vivere, fiaccata dalla solitudine, si spegne facilmente se non ci sono familiari a prendersi cura di loro. Nel nostro inverno demografico saranno sempre più numerosi, e bisognerebbe chiedersi con onestà intellettuale quanto si possa parlare di «autonomia decisionale» e di «consenso libero e informato». Continua a leggere

Eluana, sei anni dopo. I fatti e le bugie

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di Giuliano Guzzo
 
Sei anni fa, il 9 febbraio, dov’eravate? Sarebbe importante ricordarlo perché quel giorno, il 9 febbraio 2009, l’Italia veniva scossa da un evento che ancora oggi, sei anni dopo, non cessa di dividere e far discutere: la morte di Eluana Englaro (1970–2009), la donna che versava in stato vegetativo da diciassette anni. Per alcuni fu il trionfale compimento di una battaglia civile, per altri il drammatico epilogo di una guerra perduta. Per tutti, in ogni caso, quel 9 febbraio rappresenta una data storica benché ancora recente, una frattura come non si registrava da tempo, a livello di opinione pubblica. Ebbene, nonostante questi sei anni già trascorsi rimagono ancora poco noti aspetti diversi fondamentali di quello che, in termini giornalistici, è stato ribattezzato come il “caso Englaro”. Nelle righe a seguire cercheremo di rivisitarne alcuni nella speranza di offrire a tutti la possibilità, ripensando a quel 9 febbraio 2009, di farsi un’idea meno parziale e condizionata da resoconti non sempre attendibili che però circolano ancora oggi.   Continua a leggere

Ricordare Eluana, perché non si ripeta più

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di Irene Giurovich

Il 9 febbraio del 2009, su richiesta del padre accolta dai giudici, veniva fatta morire in una clinica privata di Udine Eluana Englaro, dopo una lunga agonia provocata dall’interruzione di ogni sostegno vitale. A cinque anni da quel tragico evento, usato per introdurre l’eutanasia in Italia, ieri a Udine si è svolto un convegno con la presenza dei principali protagonisti che in quell’occasione lottarono per salvare Eluana.

“Noi non facciamo processi a nessuno, tanto meno però vogliamo essere processati. Come amministratore sono obbligato a mettere al centro dell’Istituzione che guido i valori intrinseci della persona, è un preciso impegno in linea con il mio programma con cui mi sono presentato e con cui sono stato eletto”: così ha esordito il Presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini, in apertura del convegno organizzato da Palazzo Belgrado su ‘Eluana, 5 anni dopo: non dimenticare per costruire la cultura della vita’. Continua a leggere

E questa donna sarebbe un “vegetale”? E da quando i vegetali sono così spiritosi? Storia di Daniela

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La giornalista può farti una foto? «Non garantisco per la macchina fotografica» ha risposto la donna affetta da sindrome di locked-in. «Un’opera d’arte», circondata da una famiglia che la ama e cura

È quindici anni che Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire, segue malati considerati “vegetali” e la cui diagnosi è sbagliata nel 40 per cento dei casi. L’avanzare della scienza e delle ricerche dicono che centinaia di persone, ritenute prive di coscienza, invece l’hanno conservata in parte o addirittura interamente. Continua a leggere

Mio figlio Max come Eluana. La vita vera non è un film di Bellocchio

La madre di Max Tresoldi, miracolosamente risvegliato nel 2001 dopo dieci anni in stato vegetativo, elenca le falsità della pellicoloa Bella Addormentata di Marco Bellocchio: «Egoista e chi non accetta più i figli quando non sono perfetti». Continua a leggere

Il film su Eluana. Bellaspiga: «Bellocchio non conosce la realtà dei fatti»

«La vicenda di Eluana resta sullo sfondo. Marco Bellocchio non entra nei particolari e ciò sembra lo preservi da qualunque possibile critica di faziosità. Ma non è così».

A tempi.it, Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire e autrice del libro “Eluana. I fatti”, racconta di “Bella addormentata”, l’ultima fatica di Bellocchio presentata ieri al Festival del Cinema di Venezia.
«Ci sono riferimenti concretissimi, in stile docu-fiction, con spezzoni dei telegiornali dell’epoca, accanto a riferimenti velati ma molto suggestivi, che inducono il pubblico a pensare che Eluana fosse come l’ha dipinta il regista. Ma Bellocchio mente». Continua a leggere