Verdi, la fede dopo la traviata

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Il maestro Giuseppe Verdi fu un agnostico convinto e anticlericale come molti uomini del Risorgimento o fu invece, soprattutto negli anni della sua maturità, un «uomo cambiato» rispetto alla questione del credere e fedele devoto della messa domenicale, come testimonierà la moglie Giuseppina Strepponi in tante sue lettere?

Sono alcuni dei tanti interrogativi che segnano la questione religiosa nella complessa biografia di Verdi (1813 – 1901) e lasciano quasi in sospeso la sua presunta o reale tensione al trascendente (una vera «salita a Dio», secondo quanto ci testimonia ancora oggi il finale de La Forza del Destino), contrapposta all’immagine di un musicista imbevuto di «razionalismo positivistico» pur unito a grandi gesti di filantropia: si pensi solo alla costruzione della Casa di riposo per gli artisti di Milano (quella che Verdi considerava l’«opera mia più bella») o dell’ospedale di Villanova («un ricovero di carità») nel piacentino, non lontano dal suo buen retiro di Sant’Agata. Un Verdi semmai filantropo, dunque, ma non credente e spesso tormentato dal dubbio dove non c’era speranza né posto per l’aldilà: come in certi passaggi violentemente anticlericali di alcune opere, quali il Don Carlo o l’Aida. Nulla più. Continua a leggere