Il Papa: genitori e insegnanti non siete avversari, ristabilite la fiducia e collaborate

Francesco riceve l’Associazione Italiana Genitori: «La famiglia non apprezza più come un tempo il lavoro dei docenti (spesso anche mal pagati), serve un nuovo patto educativo»

(lastampa.it, 7.09.18)
 
I genitori ristabiliscano «la fiducia» nei confronti degli insegnanti. E gli insegnanti non vedano come una fastidiosa invadenza la presenza dei genitori nelle scuole, al punto da considerarli «avversari». Papa Francesco riflette su uno dei fenomeni culturali e sociali emerso sempre più preponderantemente negli ultimi decenni, quello che registra una “rottura” della alleanza educativa tra scuole e famiglie dove a farne le spese sono i più piccoli, come figli e come alunni.

Il Pontefice parla ai membri dell’Associazione Italiana Genitori (Age) ricevuti questa mattina in udienza in Aula Paolo VI nel 50esimo anniversario dalla fondazione. «Un bel traguardo!», esclama il Papa, nonché «un’occasione preziosa per confermare le motivazioni del vostro impegno a favore della famiglia e dell’educazione», portato «avanti secondo i principi dell’etica cristiana», come dice nel suo discorso che segue momenti di musica, preghiera e testimonianze.

Bergoglio esprime la speranza che «la famiglia sia un soggetto sempre più riconosciuto e protagonista nella vita sociale». Per cambiare questa situazione il primo passo è vincere «il timore dell’altro», nel senso di «coltivare e alimentare sempre la fiducia nei confronti della scuola e degli insegnanti: senza di loro – avverte il Papa i genitori – rischiate di rimanere soli nella vostra azione educativa e di essere sempre meno in grado di fronteggiare le nuove sfide educative che vengono dalla cultura contemporanea, dalla società, dai mass media, dalle nuove tecnologie». Continua a leggere

Omogenitorialità e diritti di ogni figlio. Nascere orfani?

di Mariolina Ceriotti Migliarese
(Avvenire, 25 giugno 2018)
 
Certamente non sono rari nella storia umana i casi di bambini cresciuti solo dalle donne; nei tempi di guerra come nei tempi di pace è successo spesso che i padri fossero assenti: morti in guerra, lontani per lavoro, oppure semplicemente latitanti, magari dopo aver messo incinta la donna madre del bambino. Tante donne coraggiose si sono rimboccate le maniche, si sono aiutate tra loro, hanno amato, accudito e fatto crescere figli che l’assenza del padre non ha necessariamente reso patologici o incapaci di vivere.

Perché dunque ci sconcerta e ci interroga la notizia che diversi sindaci, a Milano, a Torino e in altre città italiane, hanno voluto riconoscere bambini “figli di due madri”?

Pensiamo forse che queste donne non possano essere capaci, in quanto omosessuali, di dare ai bambini l’amore di cui hanno bisogno? Pensiamo forse di negare a questi bambini, in nome di qualche astratto principio, l’amore a cui hanno diritto? Che differenza c’è, dunque, tra l’essere cresciuti da due donne perché il padre è scomparso, ed essere cresciuti da due donne che hanno scelto di mettere al mondo un figlio senza il padre? Malgrado le apparenze, la differenza c’è ed è molto importante: solo nel secondo caso, infatti, gli adulti decidono consapevolmente che il bambino nasca orfano di padre.

Orfano è una parola che significa “privo di un genitore” e genitore significa “colui che ha generato”. Comunque si considerino le cose, ognuno di noi è generato senza possibilità di eccezione dai gameti di un uomo e di una donna, che sono dunque biologicamente nostro padre e nostra madre: il legame con loro è innegabile e ineludibile, perché impresso nel nostro corpo attraverso un patrimonio genetico fatto sia di caratteristiche fisiche che di inclinazioni temperamentali, che ci accompagneranno per sempre. Il legame biologico da solo è certamente insufficiente a fondare la genitorialità, ma rimane un legame potente; chi si occupa di adozioni sa bene ad esempio che qualsiasi adottivo, anche se accolto fin dai primi giorni di vita in una famiglia che ama e che lo ha amato, porta in sé una forte domanda sulle sue origini, che lo spinge sempre a cercare di scoprire chi erano i suoi genitori biologici.  Continua a leggere

«Mia figlia Anna con la sindrome di Down: ecco la buona notizia»

Anna Marangoni è nata nel 2014, terza di tre sorelle. I suoi genitori Guido e Daniela hanno aperto una pagina Facebook per raccontare la loro storia. Il tono è quello della leggerezza che non è superficialità ma aiuta a condividere
 
(Corriere della Sera, 19.03.18)
 
Trisomia 21. «Quando la ginecologa ha pronunciato quelle due parole, ho avuto un tuffo al cuore. Mi sono spaventato da morire, ho cominciato a farmi film orribili, mi sono sentito perduto. Mia moglie invece ha semplicemente chiesto: “È maschio o femmina?”. Cosi mi è arrivata l’illuminazione. Io mi stavo preoccupando di COSA stava succedendo, lei di CHI stava arrivando». Guido Marangoni è il papà di Anna, nata in provincia di Padova il 24 marzo 2014 e arrivata a portare nuove energie ai suoi genitori e alle sue sorelle, Francesca e Marta. Una bimba con la sindrome di Down diventata presto la «buona notizia» di questa famiglia che vive a Noventa Padovano e che ha deciso di non tenere nascosta la propria vicenda. «Internet – prosegue Marangoni – è pieno zeppo di informazioni su questa e su altri sindromi, ti raccontano cause ed effetti, ci sono medici che illustrano teorie avanzate sulle scoperte della genetica e sulle cure possibili. Ma nessuno parla delle persone che si nascondono dietro a queste sindromi e ad ogni tipo di disabilità».

Così balena l’idea di aprire una pagina Facebook: Buone notizie secondo Anna. «È ovvio – chiarisce Guido Marangoni, pensando anche a qualche critica ricevuta sul web – che la buona notizia non è certo la sindrome di Down e che quello è un problema. Ma il buono è ciò che Anna porta con se, regala al mondo e al mondo di chi incontra». Il tono che usa Guido è quello della leggerezza: che, come scriveva Italo Calvino, «non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». A questa pagina, che nel giro di poco tempo ha conquistato migliaia di condivisioni, like e fan, collaborano anche Daniela, la mamma di Anna, e le due figlie maggiori che oggi hanno 18 e 16 anni. La loro reazione alla notizia dell’arrivo di una sorellina “malata”? «Io – ammette Guido – sono riuscito a ripetere il mio errore. Mi affannavo a rassicurarle spiegando i termini tecnici della sindrome. E loro mi hanno spiazzato dicendo “Ma quindi è come Sara”?, pensando a una ragazzina della loro scuola, inserita e amata. “E che problema c’è?”. Ci ero ricascato: loro parlavano di persone e io di cose». Continua a leggere

Nembrini: non “com’è andata oggi a scuola?” ma “sono contenta che sei qui”

Come sarebbe bello se per prima cosa la mamma, al rientro a casa del figlio, gli dicesse che è felice che ci sia e gli chiedesse se anche lui è contento. Dopo sì, si può parlare anche di scuola
 
L’espressione immortalata nell’immagine sopra l’articolo è quella che Franco Nembrini usa per inscenare la risposta del figlio. Per rendere anche plasticamente il senso di tormento che la solita domanda gli infligge.

Sempre la stessa, ripetuta ogni santo giorno, quasi nello stesso istante, proprio mentre sta per addentare il primo agognato boccone del pranzo da lungi desiderato. Parecchio lungi: dice che già alla campanella della seconda ora il ragazzone vede librarsi in aria, sotto il soffitto diventato greve dell’aula scolastica, una generosa porzione di lasagne fumanti.

“Tutto bene, mamma”. Prova a chiudere la questione il ragazzo e a riaprire la bocca sulla forchetta. Ma la mamma non desiste: “sarà pur successo qualcosa, no?”

“Niente. Non è successo niente“. O almeno, penserà il figliolo, non ho voglia, non ho l’energia per raccontartelo ora. E poi mi viene pure il sospetto che ti interessi solo quello…

In effetti è un’abitudine non così salubre e piuttosto diffusa nelle famiglie italiane quella di mettere tanta enfasi sul rendimento scolastico e non solo nei momenti topici (verifica, interrogazione, fine quadrimestre), ma ogni benedetto giorno. Continua a leggere

I genitori di Alfie ricorrono in appello, donazione dall’Everton

L'immagine del piccolo Alfie è publicata sulla pagina Facebook che conduce la campagna in suo favore

Sarà discusso il 1° marzo il ricorso dei genitori di Alfie Evans, il bambino di 21 mesi affetto da una malattia neurodegenerativa. Il giudice di primo grado aveva autorizzato a staccare le macchine.

di Francesco Ognibene
Avvenire, 22.02.18

Verrà discusso giovedì 1° marzo presso una Corte d’Appello di Londra il ricorso di Kate e Tom Evans contro la sentenza dell’Alta Corte con la quale il giudice Hayden ha accolto martedì la richiesta dell’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool perché vengano sospesi i supporti vitali e le terapie che tengono in vita il loro figlio Alfie. Il bambino, 21 mesi appena, è affetto da una rara quanto tuttora misteriosa malattia neurodegenerativa che sembra non lasciargli scampo, ma le sue condizioni non ne fanno un malato terminale. L’ospedale pediatrico presso il quale è ricoverato sostiene che proseguire le cure sarebbe una forma di accanimento «inumano e ingiusto», tesi accolta nella sostanza dal giudice secondo il quale far morire il bambino è nel suo «migliore interesse»: «Era assolutamente giusto che venisse esplorata ogni ragionevole opzione per Alfie – ha detto Hayden –. Ora sono fiducioso che questo è stato fatto» e dunque si può procedere al distacco delle macchine, come accadde nel caso di Charlie Gard l’estate scorsa, con l’applicazione delle necessarie cure palliative per accompagnare il bambino di Liverpool alla morte. I genitori, originari di Bootle, nel Merseyside, hanno replicato che «nostro figlio ha due anni ed è stato condannato alla pena di morte. Questo è sbagliato».
L’ostacolo principale per il ricorso era economico: gli Evans, appena ventenni e di semplici origini, hanno fatto appello alla generosità di chi li ha seguiti con affetto crescente a Liverpool e altrove. Ma la svolta è arrivata da un evento inatteso. Continua a leggere

«Da studente dico ai genitori: non fate i sindacalisti dei vostri figli»

Dobbiamo parlare chiaro ai nostri genitori e dobbiamo dar loro un consiglio: «Metteteci in discussione»
 
di Enrico Galletti, studente 18enne

(dal Corriere della Sera 15.02.18)
 
Il rimprovero, il brutto voto, la parola di troppo, il regolamento di conti a suon di botte. Il timore di assestare quel quattro a caratteri cubitali perché con ogni probabilità il professore dovrà vedersela con i genitori. Tra la malavita e questo lato della scuola, il confine è labile. Tanto labile da chiedersi se i vecchi tempi – quelli del dietro la lavagna, del «è così e basta», del sola andata per la presidenza – siano del tutto finiti. Di anni ne ho diciotto io, mica sessanta. Non sono docente e nemmeno genitore. Sono studente, con tutto quello che comporta. Vedo i tele-giornali: il padre che va dal vicepreside e lo manda all’ospedale perché ha rimproverato suo figlio, la madre che dice al professore che quel voto non era un quattro, ma che suo figlio meritava sei. Ho visto una giovane madre andare dal professore di latino e minacciarlo di fare ricorso al Tar per una versione andata male. La stessa versione di cui io stesso, a quindici anni, avevo azzeccato forse una riga.

Viene da chiedersi chi fa la scuola. Se noi studenti, con il nostro entusiasmo, se i professori, con la loro competenza, oppure i genitori, con quelle loro regole che rischiano di diventare intimidatorie. Il problema, però, è che quell’entusiasmo che ci si aspetta dalla scuola – deputata a formare nuovi cittadini – rischia di essere stroncato dall’atteggiamento dei nuovi genitori. I genitori del «lei non si deve permettere», quelli del «mio figlio me la racconta giusta e la colpa è sua». La verità è una: è che noi millennials siamo dei bravi ragazzi. Lo siamo per davvero, ma dobbiamo avere più coraggio.  Continua a leggere

Bestemmie in classe e genitori che picchiano i professori…scuola allo sbando?

C’era una volta la figura autorevole, rispettata e quasi venerata del maestro di scuola, del professore. Questa immagine è immortalata nel prestigio sociale che aveva la figura del maestro Perboni nel libro Cuore, ma l’impressione è che quel prestigio da tempo si sia perso, e addirittura si è ribaltata la considerazione che alunni e genitori hanno della figura dell’insegnante altrimenti non si spiegherebbero i sempre più numerosi casi di aggressione, verbale o fisica, da parte di alunni e genitori verso gli insegnanti.

La cronaca ci viene in soccorso:

Circola in rete un video di un minuto e 25 secondi che – riporta Avvenire – un concentrato di insulti e bestemmie che in un istituto superiore del Comasco uno studente di 15-16 anni rivolge al professore, in classe, davanti ai compagni ammutoliti. Il video è stato girato dal compagno di banco e, non si sa ad opera di chi, è stato pubblicato in rete il 27 gennaio scorso e sta ottenendo centinaia di visualizzazioni.

È una scena choc per la sfrontatezza, la volgarità e la violenza verbale del ragazzo, ma anche per l’incredibile mancata reazione del docente, che, dopo avere minacciato lo studente di portarlo dal preside, ha lasciato sfogare il ragazzo, alla fine interrotto da un compagno di scuola. Nel filmato, registrato con uno smartphone tenuto in verticale, non ci sono riferimenti a luoghi, ma La Provincia di Como ha ricostruito che la scena è avvenuta in un istituto superiore della provincia comasca. Continua a leggere