Quando il Bambino Gesù era il rifugio degli ebrei perseguitati dai nazisti

Dormivano in corsia, aiutati da medici e infermiere. Grazie all’extraterritorialità di cui gode l’ospedale del Vaticano

ROMA – «Una volta occorreva nascondere di corsa una coppia di coniugi ebrei. In pochi secondi lui diventò un frate confessore, lei una fedele che si confessava. I nazisti passarono oltre il confessionale e naturalmente non li scoprirono». Mancano documenti sonori, di questo ricordo. Così come non esiste un diario lasciato scritto. Ma è uno dei tanti episodi che arricchivano la straordinaria memoria personale di suor Margherita, all’anagrafe Maria Cipolloni, nata ad Acuto (Frosinone) il 16 gennaio 1900 e infermiera nelle corsie dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Era una delle Figlie della Carità di san Vincenzo de’ Paoli e rimase al Gianicolo fino al 29 aprile 1962. Sarebbe morta una ventina di anni dopo, conservando sempre dentro di sé i volti e le voci di quella tragica stagione tra la fine del 1943 e il maggio 1944. Di quando i nazisti che occupavano Roma si macchiarono dell’orrendo delitto del 16 ottobre 1943, cioè la razzia degli ebrei romani nell’area dell’antico ghetto, continuando la persecuzione casa per casa e quartiere per quartiere fino al maggio 1944.

Molti ebrei, impossibile quantificarli proprio perché manca una documentazione certa e soprattutto perché c’era un continuo ricambio di arrivi e di partenze per altri nascondigli, trovarono rifugio al Gianicolo, all’Ospedale Bambino Gesù che godeva dell’extraterritorialità perché di proprietà della Santa Sede. Arrivavano spesso famiglie intere con i bambini, a loro volta poi confusi tra i piccoli ricoverati. Tra il personale dell’ospedale c’era appunto suor Margherita, poi diventata amica e confidente della consorella suor Vincenza. È lei oggi a raccontare e a descrivere episodi come questo: «Suor Margherita ricordava almeno due perquisizioni dei tedeschi, nonostante l’extraterritorialità. Ma non trovarono mai nessuno. I rifugiati dormivano un po’ ovunque. Nel campanile di Sant’Onofrio. O anche intorno all’altare della cappella, accanto alla balaustra». Molti ebrei si travestirono da medici indossando il camice bianco. E in effetti alcuni di loro erano davvero medici. Quando si temeva una perquisizione, gli ebrei rifugiati lasciavano immediatamente le corsie dell’ospedale e raggiungevano un rifugio segreto realizzato nella terrazza più alta nella costruzione centrale dell’ospedale. Si arrivava fin lassù con una scaletta metallica che spariva immediatamente. Poi, finito il pericolo, suonava una campanella che nessun nazista avrebbe scambiato per un codice segreto, visto che suonava in un ospedale di proprietà del Vaticano.

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Averne memoria per averne coscienza

Quello che oggi si deve ricordare è che, a distanza di anni, il mondo si ferma su di un dato di fatto: che “vite senza valore” o “vite non degne di essere vissute” è stata ed è ancora una macchia nera sull’uomo.

“Le prime camere a gas furono costruite nel 1939, in ottemperanza al decreto di Hitler, del primo settembre di quell’anno, secondo cui alle “persone incurabili” doveva essere “concessa una morte pietosa”. (…) Il programma suscitò enorme scalpore. Era impossibile tener segreta l’uccisione di tanta gente; la popolazione tedesca delle zone in cui sorgevano quegli istituti se ne accorse e ci fu un’ondata di proteste, da parte di persone di ogni ceto che ancora non si erano fatte un’idea “oggettiva” della natura della scienza medica e dei compiti del medico. Nell’Europa orientale lo sterminio col gas -o, per usare il linguaggio dei nazisti, il “modo umanitario” di “concedere una morte pietosa” – iniziò quasi il giorno stesso in cui in Germania fu sospesa l’uccisione dei malati di mente. Nessuna delle varie Sprachregelungen studiate in seguito per ingannare e camuffare ebbe nelle menti degli esecutori l’effetto potente di quel decreto hitleriano (…) dove la parola “assassinio” era sostituita con la perifrasi “concedere una morte pietosa”. Eichmann, quando il giudice istruttore gli chiese se l’istruzione di evitare “inutili brutalità” non fosse un po’ ridicola visto che gli interessati erano comunque destinati a morte certa, non capì la domanda, tanto radicata nella sua mente era l’idea che peccato mortale non fosse uccidere, ma causare sofferenze inutili.” (Hannah Arendt)

Giulia Bovassi

27 Gennaio – Appunti per non essere banali

Una delle domande capitali da cui si dipana la filosofia politica di Eric Voegelin è: perché in Europa è accaduto il nazionalsocialismo? E soprattutto perché l’Europa non è stata capace di riconoscerlo come un male, neutralizzarlo, prima della sua ascesa e della sua imponente azione politica?

Allora la risposta deve seguire un percorso storico, ossia rintracciare la causa della malattia che ha generato le ideologie moderne e quindi il nazionalsocialismo. Voegelin segue un movimento del pensiero che sempre più convintamente segna la chiusura alla trascendenza, ovvero alla visione dell’uomo come Theo-morfes, imago Dei, ovvero sia immagine di Dio.

Con la chiusura alla trascendenza, i principi di riferimento mutano e quindi si vanno a ricercare nella razza, nella classe, nello stato, nell’ideologia. Ad essi si dedica un culto pseudo religioso, tant’è che le ideologie moderne possono essere presentate come delle “religioni politiche”, quindi immanenti, che vogliono realizzare il mondo perfetto a partire dall’inveramento rigido di una idea, magari annunciata da qualche “profeta” e realizzata da un capo carismatico (führer). Chi non accetta questo sequestro ideologico della realtà deve essere eliminato. Ed ecco che il lager, come il gulag sovietico, diventa il mondo parallelo di questa razionale purificazione, laddove i nemici del popolo – concetto che viene fuori negli anni della rivoluzione francese – non potranno più nuocere al progetto del paradiso artificiale.

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