Il Mistero trasforma il carcere oscuro nel tempio divino

di Giovanni Fighera

Se il poeta è come un albatro che si può inabissare nel fango della terra, il mondo appare a Baudelaire talvolta come carcere abitato da ragni e altre volte come tempio meraviglioso in cui ogni elemento ha un’intima connessione con tutti gli altri. Due celebri poesie ci mostrano questa contradditorietà dell’uomo (la sua aspirazione all’assoluto e la fragilità che lo fa precipitare verso le tenebre) e della realtà (miracolo e carcere): Spleen e «Corrispondenze». Solo il Mistero rende il mondo affascinante e meraviglioso. Quando il mondo è deprivato del Mistero, la realtà ci appare come una prigione tetra da cui si desidera scappare. È una questione di sguardo e di attenzione ai particolari.

In Spleen l’anima geme, oppressa da un cielo che offusca ogni luce, più nero che la notte, pesante come un coperchio. La Speranza cerca di scappare, come un pipistrello che sbatte contro i muri. La pioggia disegna le sbarre di una prigione, mentre i ragni sembrano intessere le ragnatele nel nostro cervello. La Speranza è, infine, vinta e l’angoscia può trionfare issando la sua bandiera nera sul cranio del poeta. Un mondo senza luce, senza senso, assurdo e ormai svuotato di ogni ragione e speranza: è uno scenario che anticipa le rappresentazioni di tanti artisti e letterati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Continua a leggere

Così Dante prendeva in giro i Papi avidi

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Dante e i Papi avidi. Ne parla Giovanni Fighera in “Tre giorni all’inferno” (Edizioni Ares). Accade nel cerchio ottavo di Malebolge, raffigurato in chiave comica. Qui risiedono i simoniaci.

Dante era stato accusato di baratteria quando era ambasciatore presso il papa Bonifacio VIII e per questa falsa accusa sarebbe rimasto in esilio fino alla morte.

Proprio il papa del Giubileo verrà collocato ante litteram tra i simoniaci nel canto XIX. Il papa non è ancora morto al momento dell’ambientazione della Commedia (marzo o aprile del 1300). Il poeta utilizza allora un escamotage per poterlo condannare: fa sì che un altro dannato profetizzi l’arrivo del papa, una volta morto. E questo dannato è un altro pontefice!
 
CHI SONO I SIMONIACI

I simoniaci sono coloro che hanno approfittato della loro posizione e delle cariche ricoperte per arricchirsi. Raccapricciante è lo scenario che appare a Dante dall’alto del ponte che sovrasta la bolgia. Le anime sono collocate a testa in giù, soltanto le estremità delle gambe fuoriescono dai fori. Le piante dei piedi sono infuocate come quando il fuoco si propaga da una superficie oleosa. Continua a leggere

La profezia di Tocqueville. E la speranza che fa ripartire

di Giovanni Fighera

Il percorso sulla contemporaneità è giunto ormai al termine. Nella prima parte abbiamo evidenziato la condizione di solitudine e di disagio dell’uomo odierno. Quell’individualismo che nel Settecento illuministico era presentato come fine dell’affrancamento dell’uomo dalla superstizione religiosa e dalle false autorità del passato appare sempre più come esito nefasto di una società che fatica a sollevarsi, ad aiutare il più debole, a collaborare per uno sviluppo buono e comune. La conseguenza di un individualismo vissuto nella tranquillità e nella finta pace domestica, che non considera l’altrui miseria e sopravvive nella dimenticanza di una giustizia per gli altri, è il disinteresse per l’ambito pubblico e per la politica. L’individualismo corrisponde così ad una torre d’avorio isolata che può prosperare solo fino a quando non arriveranno le «truppe degli invasori» scontenti.

Già nell’Ottocento il saggista francese Alexis C. de Tocqueville (1805-1859) aveva anticipato gli esiti di questa posizione: «Una società in cui gli esseri umani si riducono nella condizione di individui “rinchiusi nei loro cuori” è una società in cui pochi vorranno partecipare attivamente all’autogoverno. La maggioranza preferirà starsene a casa e godersi le soddisfazioni della vita privata, almeno fintantoché il governo in carica, qualunque sia, produce i mezzi di queste soddisfazioni, e ne fa larga distribuzione». Continua a leggere

Il nostro cuore desidera l’Infinito

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di Giovanni Fighera
 
Pochi autori sono stati così lucidi nel descrivere la natura del nostro animo, assetato di una felicità piena, assoluta, infinita. Esso può essere paragonato ad un recipiente «capace» di infinito (capax è il termine latino per indicare la capacità di contenere),  perché non è mai colmo: puoi, infatti, riempirlo di bevande differenti in continuazione, ma il liquido non giungerà mai all’orlo del contenitore. Quante volte facciamo l’esperienza di avere apparentemente colmato il nostro desiderio di felicità, ma subito dopo l’esperienza dell’amarezza e della tristezza si fa largo. Questa peculiarità è tipica soltanto dell’uomo. Leopardi scrive nello Zibaldone «Tutto è o può essere contento di se stesso eccetto l’uomo,  il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell’altre cose». Noi uomini siamo «miseri inevitabilmente ed essenzialmente per natura nostra […]. Cosa la quale dimostra che la nostra esistenza non è finita dentro questo spazio temporale come quella dei bruti». Continua a leggere

Il Medioevo: l’epoca in cui si ammirano i santi

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Ogni epoca ha il suo modello di uomo ideale, colui che è ammirato e preso ad esempio, che tutti desiderano imitare. Se fossero esistiti i quotidiani o le riviste nel Medioevo, sulle prime pagine avremmo visto le immagini di cavalieri e di santi. Ben altri erano, però, i generi letterari diffusi a quel tempo: tra questi spiccavano senz’altro le poesie d’amore, le biografie, i romanzi d’avventura e cavallereschi. Il genere agiografico era, però, senza ombra di dubbio il più diffuso nel Medioevo.

Dal XIII secolo in poi una delle più floride produzioni è quella che riguarda la figura di san Francesco. Ad un’impostazione in cui il santo viene presentato in chiave edulcorata e miracolistica, che trova la sua espressione nella Legenda prima e nella Legenda secunda di Jacopo da Varagine e nel XIV secolo nei Fioretti di san Francesco, se ne contrappone un’altra più realistica riconosciuta come più veritiera e attendibile dall’ordine francescano delle origini. Di questa è l’esempio più famoso la Legenda maior di san Bonaventura da Bagnoregio. L’espressione legenda non ha il significato odierno di «fatti inventati e mitici», bensì il valore di «cose da leggersi, perché importanti». Continua a leggere

La saga di Harry Potter parla dell’uomo

di Giovanni Fighera
 
J. K. Rowling. L’incantatrice di 450 milioni di lettori (edizioni Ares) è la prima biografia italiana della creatrice della saga di Harry Potter. L’autrice Marina Lenti, per anni redattrice di Fantasy Magazine, ha scritto anche numerosi saggi sulla saga, tra cui L’incantesimo Harry Potter, La metafisica di Harry Potter, Harry Potter: il cibo come strumento letterario.

Personalmente ho sempre creduto al valore educativo dei romanzi della Rowling. Infatti, al di là delle piacevoli avventure fantastiche, la scrittrice non dimentica mai la realtà, il desiderio di bene dell’uomo e la fragilità che lo porta, talvolta, a scegliere per il male. Questo è lo spazio della libertà.  Al contempo, la crescita di Harry è accompagnata dalla presenza di maestri e di amici. In anteprima a Milano, presso WOW Spazio Fumetto, giovedì 1 dicembre, alle 18 Marina Lenti presenterà la biografia sulla Rowling in dialogo con Paolo Gulisano. Continua a leggere

Al centro del desiderio

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Hanno tutti bisogno di un maestro e di una compagnia umana per riscoprire che l’alba non è una cosa ovvia. Serve però una domanda desta e uno sguardo attento. Allora la realtà ci sorprenderà.
 
di Giovanni Fighera
 
Che cosa cercano i giovani al sabato sera, quando passano da un locale all’altro, quando si «sballano» tra l’alcool, la droga e una musica assordante? Forse loro non saprebbero rispondere in maniera precisa, forse non saprebbero rispondere a questa domanda neanche quegli adulti che li giudicano, li criticano, li censurano senza chiedersi che cosa stia al fondo di quel comportamento. «Quid animo satis?», cioè «che cosa può bastare all’animo umano?». Il cuore dell’uomo è nato per la felicità, piena ed infinita, non ridotta a formule. Ecco perché, non appena qualcuno ha il coraggio di rimetterla a tema, l’attenzione di molti o forse dei giovani o di chi si sente ancora giovane sobbalza e rimane in ascolto, forse cercando la formula o la regola d’oro. Dobbiamo avere il coraggio di guardare in fondo al nostro animo e provare a chiederci: «Che cosa può bastare al nostro animo?». Continua a leggere

Quel Magnificat in Notre Dame che convertì Claudel

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di Giovanni Fighera
 
Nato nel 1868 a Villeneuve-sur-Fère, Paul Claudel si forma in un momento storico e in una terra come quella francese che nella seconda metà dell’Ottocento è fortemente impregnata di cultura positivistica. La diffusione di questo nuovo approccio gnoseologico e culturale avviene negli anni in cui lo scienziato Charles Darwin (1809-1892) pubblica L’origine della specie (1859) e il filosofo Herbert Spencer (1820-1893) contribuisce alla nascita della psicologia moderna con l’ Introduzione alla psicologia sperimentale (1865).

Il fisiologo francese Claude Bernard (1813-1878) influisce non poco sull’avvento della medicina sperimentale, così come il filosofo August Comte (1798-1857) diventa padre della sociologia moderna. Di nuovo, come nell’epoca illuministica, l’uomo si convince di avere rivoluzionato il mondo della cultura. Con una perfetta consonanza rispetto agli illuministi, impregnati di materialismo e di una fiducia illimitata nella scienza che porterà a eliminare tutto l’ignoto e il mistero, i positivisti aprono la strada di una nuova religione, quella del Progresso e dell’Umanità. Continua a leggere

Grandezza e miseria dell’uomo ne “I pensieri” di Pascal

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di Giovanni Fighera
 
Nato nel 1623 e morto a soli trentanove anni, Blaise Pascal fu dotato di grande intelligenza e predisposizione per lo studio della matematica e della fisica. Negli ultimi anni concepì il progetto di scrivere un’opera monumentale di apologetica cristiana, che non venne, però, mai realizzata per la morte prematura. Del progetto rimangono alcuni scritti che vennero pubblicati postumi nel 1670 con il titolo di Pensieri.

Pascal si rivolge in maniera privilegiata agli indifferenti e agli increduli, «attaccati agli abiti, alle passioni, ai piaceri del mondo; che non vogliono Dio, che si rifiutano di cercarlo, che temono di trovarlo: privi insomma di quelle disposizioni etiche senza le quali nessun argomento e nessuna prova […] può tornare persuasiva» (Paolo Serini). Pascal vuole suscitare nell’interlocutore il bisogno, l’esigenza, il desiderio di cercare Dio. Intende predisporre il cuore dell’altro all’incontro con Cristo. Solo chi vive e sente il desiderio e la domanda viva di infinito del nostro animo è in attesa della risposta. Per questo Gesù ha detto: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. […] Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori». Continua a leggere

La letteratura italiana inizia con il Cantico delle creature

Il Cantico delle Creature

 di Giovanni Fighera
 
Mercante di tessuti, Pietro di Bernardone si recava spesso in Francia per commerciare. Conobbe senz’altro le antiche storie dei cavalieri di quelle terre, da Perceval a Tristano, da Lancillotto a Rolando, portò ad Assisi i libri che le raccontavano facendole lui stesso conoscere al figlio, chiamato Francesco proprio in onore della terra di Francia. Certamente quel bimbo, che era nato ad Assisi nel 1181 (o nel 1182), crebbe affascinato dai cavalieri che conobbe attraverso la lettura dei romanzi d’Oltralpe e che divennero per lui il modello ideale a cui voleva assomigliare.

Così, a soli vent’anni, partito per la guerra che vedeva contrapposte le città di Assisi e di Perugia, venne imprigionato. Fu la prima esperienza in cui sperimentò la percezione della precarietà dell’esistenza e della miseria delle umanità capacità. Ma poco più tardi, nel 1204, mentre tentava di raggiungere Gualtieri III di Brienne per unirsi alla crociata, si ammalò nei pressi di Spoleto. Continua a leggere

Arte e scienza: che cos’hanno in comune?

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di Giovanni Fighera
 
«Ma io dichiaro – strillò Stepàn Trofimovic, al massimo grado del furore – ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello stanno più in alto della liberazione dei contadini, più in alto dello spirito popolare, più in alto del socialismo, più in alto della giovane generazione, più in alto della chimica, quasi più in alto dell’umanità intera, giacché sono già un frutto, il vero frutto dell’umanità intera e, forse, il frutto più alto che mai possa essere! […]. Ma sapete, sapete voi che senza l’inglese l’umanità può ancora vivere, può vivere senza la Germania, può vivere anche troppo facilmente senza i russi, può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non si potrebbe vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo? Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui! La scienza stessa non sussisterebbe». Continua a leggere

Epoca di pellegrini e di monaci, di santi e di cavalieri

Pellegrini del Medioevo

di Giovanni Fighera
 
Ci avventuriamo oggi in un percorso sulla letteratura del Duecento, un secolo importantissimo per la nostra cultura e la nostra arte, un secolo in cui inizia la nostra letteratura con il Cantico delle creature nel 1224 e, nel contempo, nasce anche il maggiore poeta italiano, Dante Alighieri, nel 1265. È un secolo che prelude al Trecento, considerato il secolo d’oro della nostra letteratura insieme al Cinquecento. Prima di avventurarci nello studio di scuole, correnti ed autori, ci soffermeremo sulla concezione dell’uomo di quell’epoca così distante da quella contemporanea. Solo così si potrà comprendere meglio il significato e il valore dei testi duecenteschi.

Nel Medioevo l’uomo si concepisce come un peccatore che dipende da Dio, come svelerà il santo eremita nel Perceval di Chrétien de Troyes o, con definizione altrettanto felice, un «nulla capace di Dio», secondo la bellissima espressione del romanziere e saggista francese Daniel Rops. Continua a leggere

Dio è «l’amor che move il sole e l’altre stelle»

Dante Alighieri

di Giovanni Fighera 
 
Quello che l’uomo può cogliere con la sua intelligenza riguardo a quanto Dio ha operato e opera nel creato è solo un pallido riflesso di quanto è effettivamente, come scrive san Paolo quando afferma che ora «noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia». Dante nell’ultimo canto del Paradiso racconta di vedere sotto una prospettiva divina e di sorprendere come tutto è comprensibile solo in Dio. Dopo la preghiera alla Vergine pronunciata da san Bernardo, Dante ha la grazia di vedere Dio.

Con queste parole descrive la prima parte della visione: «Nel suo profondo vidi che s’interna,/ legato con amore in un volume,/ ciò che per l’universo si squaderna:/ sustanze e accidenti e lor costume/ quasi conflati insieme, per tal modo/ che ciò ch’i’ dico è un semplice lume./ La forma universal di questo nodo/ credo ch’i’ vidi, perché più di largo,/ dicendo questo, mi sento ch’i’ godo». Continua a leggere

Come Alessandro Manzoni si convertì al cattolicesimo grazie al matrimonio

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di Giovanni Fighera

Papa Francesco ha sorpreso tutti proponendo I promessi sposi come un’opera formativa sul fidanzamento: «In Italia avete un capolavoro sul fidanzamento, non lasciatelo da parte, i giovani debbono leggerlo […]. È un capolavoro dove si racconta la storia dei fidanzati che hanno subito tanto dolore, hanno fatto una strada di tante difficoltà, fino ad arrivare alla fine al matrimonio. Non lasciate da parte quest’opera, andate avanti a leggerla e vedrete la sofferenza e anche la fedeltà di questi fidanzati».

Di tutto si era scritto sul romanzo, l’opera era stato letta come l’epopea della provvidenza, il romanzo sugli umili, un testo in cui il Seicento diventa il protagonista assoluto, l’emblema dei potenti che schiacciano gli umili. L’elenco delle interpretazioni potrebbe non finire mai. Ripartiamo allora dal fatto che I promessi sposi non è soltanto il romanzo più importante che sia stato scritto nella nostra letteratura, ma rappresenta in forma concreta e incarnata il genio del cristianesimo. Bisogna riscoprire prima il percorso di fede e di conversione dello scrittore. Continua a leggere

Il talento personale è un dono al servizio di tutti

Dante e i Tre Regni

di Giovanni Fighera
 
Cacciaguida ha profetato l’esilio a Dante, che viene così colto da un forte dubbio. Se dovrà abbandonare la casa, i parenti e gli amici più cari, presso quale corte troverà mai ospitalità se racconterà tutto quanto ha visto nei tre regni, dal momento che all’Inferno, in Purgatorio e in Paradiso gli sono stati rivelati fatti che avranno per molti il «sapor di forte agrume». D’altra parte, Dante teme che, se non sarà testimone sincero della verità che ha visto, perderà la fama presso «coloro/ che questo tempo chiameranno antico», ovvero presso i posteri.

Insomma, il Fiorentino è preso una volta ancora dalla paura che l’aveva attanagliato all’inizio del viaggio, quando per pusillanimità e viltà, non ritenendosi all’altezza di Enea e san Paolo che avevano avuto la grazia di vedere l’aldilà, più volte aveva mostrato titubanza nel seguire Virgilio. Ora, il viaggio è quasi terminato, Dante ritornerà sulla Terra, dove inizierà la sua vera missione nella vita ordinaria: dovrà avere il coraggio di essere poeta, di scrivere, di raccontare la verità. Continua a leggere

La Bellezza, la via che porta l’uomo verso il Cielo

Dante e Beatrice

di Giovanni Fighera
 
Dante sta facendo un’esperienza nuova, quella di «transumanar», ovvero di andare oltre la condizione umana, di sentirsi più pienamente uomo o, meglio, senza i vincoli e i limiti della corporeità. Inizia a vedere una luce intensa come se un Sole si fosse aggiunto ad un altro Sole e ode un’armonia musicale bellissima, mai udita in Terra. Come abbiamo visto, Beatrice previene il dubbio di Dante anticipando la sua possibile domanda e chiarendogli che lui non si trova più in Terra, ma si sta muovendo verso il Cielo con una repentinità maggiore di quella di un fulmine che scende dall’alto verso il basso.

A questo punto al primo dubbio se ne sostituisce uno nuovo ancor più irretente e imprigionante: come è possibile che un essere umano, ancor dotato di corpo, possa salire con il suo peso attraverso l’atmosfera che è più leggera? Ammiriamo la bellezza del nuovo linguaggio dantesco del Paradiso, caratterizzato dalla sintesi e da una forte materialità, inaspettata. Continua a leggere

Ama davvero chi spalanca all’eterno. Come Beatrice

Dante e Beatrice

di Giovanni Fighera
 
Nel canto I del Paradiso Dante si trova ancora nell’Eden, di fronte all’amata Beatrice, la quale sta guardando il Sole, come nessuna creatura è in grado di fare. Neppure un’aquila riesce a sostenere la vista della luce del Sole così a lungo. A questo punto il poeta fiorentino descrive in maniera geniale e sintetica la sua concezione dell’educazione: «E sì come secondo raggio suole/ uscir del primo e risalire in suso,/ pur come pelegrin che tornar vuole,/ così de l’atto suo, per li occhi infuso/ ne l’imagine mia, il mio si fece,/ e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso». Ovvero Dante, guardando negli occhi Beatrice, a sua volta inizia a guardare il Sole come per processo osmotico.

L’uomo impara sempre imitando un altro che ha già imparato, guardando un altro che stacamminando nella vita. Lo scrittore si avvale di una doppia immagine per spiegare il processo di imitazione: come un raggio riflesso che esce da un raggio incidente, come un pellegrino che è arrivato alla meta e poi torna indietro. Sono due immagini tratte dalla fisica e dalla storia medioevale. Continua a leggere

Auguri, Dante! Ma ora prendiamolo sul serio

Dante Alighieri

di Giovanni Fighera
 
Che ci sia un plauso generale a Dante nel giorno che a Palazzo Madama il Senato dà avvio alle celebrazioni per il settecentocinquantesimo anniversario della nascita del Fiorentino non sorprende affatto.

Non sorprende l’entusiasmo per la declamazione da parte di Benigni del canto conclusivo del Paradiso e per l’esecuzione del «Canto della Vita nuova» (composizione di N. Piovani) da parte di Piovani (al pianoforte), R. Baldini  (alle tastiere) e del soprano R. Feola. Allo stesso modo non sorprende neppure il fatto che molti si uniscano alle parole di Papa Francesco che addita in Dante un «profeta di speranza, annunciatore della possibilità del riscatto, della liberazione, del cambiamento profondo di ogni uomo e donna, di tutta  l’umanità». Abbiamo tutti bisogno di speranza, di parole che possano confortare e infondere entusiasmo. Continua a leggere

Oggi la Chiesa ricorda Gianna Beretta Molla, la santa del matrimonio e della quotidianità

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(da Tempi.it)
 
Storia e lettere della santa che si sacrificò per far nascere la figlia. Una testimone dell’amore vero
 
di Giovanni Fighera
 
Siamo bombardati in mille modi (dai film ai romanzi, dalle riviste agli articoli giornalistici) da messaggi che inneggiano all’edonismo sfrenato e ad un becero carpe diem. Se apriamo una pagina di internet il termine amore è, spesso, sostituito dalle parole «sesso», «piacere» e «tradimento». Piuttosto che del rapporto matrimoniale si preferisce parlare di convivenze, di rapporti momentanei e fuggevoli. Insomma, oggi è trasgressivo usare la parola «matrimonio». Oggi, allora, vorrei proporre una testimone che l’amore vero, quello fatto di premure semplici per il consorte e per i figli, della gioia e del dolore, della fatica e del sacrificio, è bello, esaltante, eroico e soprattutto desiderabile, perché ci rende più felici.

Il 16 maggio 2004, alla presenza del marito, dei figli e dei nipoti, papa Giovanni Paolo II ha canonizzato Gianna Beretta Molla per proporla a tutti noi come modello da imitare. In quel giorno «prendeva finalmente forma e concretezza il desiderio di tanti di vedere sugli altari donne ed uomini del laicato cattolico, donne ed uomini sposati e divenuti santi vivendo il sacramento dell’amore cristiano nel Signore» (Elio Guerriero). Continua a leggere

Il profeta dello smarrimento dell’uomo contemporaneo

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di Giovanni Fighera
 
Grande drammaturgo, romanziere, novelliere, l’agrigentino Luigi Pirandello (1867-1936) è uno dei più grandi geni del Novecento, letterato e, al contempo, filosofo. In lui sembrano incarnarsi le parole di Leopardi nello Zibaldone: «Il vero poeta è anche filosofo e il vero filosofo è anche poeta». Non sarà, forse, un caso allora se l’esordio di Pirandello è poetico, anche se poi l’autore trascurerà quella strada per dedicarsi alla prosa e al teatro, in cui emerge la sua più grande vena creativa.

La genialità di un autore riesce a comprendere la cultura della propria epoca, attraverso segni che i propri contemporanei non sono in grado di cogliere. Per questo le opere di Pirandello non potevano essere capite nei primi decenni in cui circolavano. A distanza di tanti anni, appare chiaro come descrivessero la perdita della bussola dell’uomo contemporaneo, ovvero, per dirla con Hans Sedlmayr, la perdita del centro, cioè la scomparsa della centralità dell’io. Continua a leggere

La testimonianza di sposi felici salverà la famiglia

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di Giovanni Fighera
 
Nei mesi scorsi Carlos Granados, Direttore generale della Biblioteca de Autores Cristianos, ha intervistato Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede su temi di grande attualità, in vista del Sinodo sulla famiglia. L’intervista è stata pubblicata dapprima in Spagna e ora in Italia (La speranza della famiglia, Edizioni Ares).

Oggigiorno, i dati statistici riguardanti i matrimoni sono allarmanti. Il rapporto stabile e duraturo sembra sempre più un’utopia. La certezza di un legame nella buona e nella cattiva sorte è stata scardinata da una legislazione e da una cultura che congiurano contro l’istituzione del matrimonio e che cercano di annientare la consapevolezza del suo valore sacramentale. Destituito di questo, il matrimonio dura lo spazio di un sogno leggero. Siamo, invece, bombardati in mille modi (dai film ai romanzi, dalle riviste agli articoli giornalistici) da messaggi che inneggiano all’edonismo sfrenato e ad un becero carpe diem. Se apriamo una pagina di internet il termine amore è, spesso, sostituito dalle parole «sesso», «piacere» e «tradimento». Piuttosto che del rapporto matrimoniale si preferisce parlare di convivenze, di rapporti momentanei e fuggevoli. Insomma, oggi è trasgressivo usare la parola «matrimonio». Continua a leggere

Inizia il cammino per la libertà

Dante e Virgilio

di Giovanni Fighera
 
Nel canto primo del Purgatorio domina la dimensione marina già sin dall’apertura, quel magnifico proemio che apre la cantica con la metafora del mare: «Per correr miglior acque alza le vele/ omai la navicella del mio ingegno,/ che lascia dietro a sé mar sì crudele». Il poeta sottolinea che il lettore affronterà argomenti meno dolorosi e tragici, perché ora si tratterà «di quel secondo regno/ dove l’umano spirito si purga/ e di salire al ciel diventa degno».

Non si udiranno più le strilla e le urla dei dannati, ma si sentiranno soavi canti modulati all’unisono dalle anime purganti. Non si vedranno più solitari e statici personaggi, mediocri o grandi nello spirito, ma sempre individualisti e tristi, bensì si contemplerà un popolo coeso, in cammino, animato dalla speranza del Cielo e, perciò, lieto. Il paesaggio che appare a Dante fin da subito è spettacolare, descritto con versi di una dolcezza e soavità uniche: «Dolce color d’orïental zaffiro,/ che s’accoglieva nel sereno aspetto/ del mezzo, puro infino al primo giro». E ancora: «L’alba vinceva l’ora mattutina/ che fuggia innanzi, sì che di lontano/ conobbi il tremolar de la marina». Continua a leggere

Inferno o Purgatorio: i perché di una sentenza

La montagna del Purgatorio

 di Giovanni Fighera
 
Inizia oggi un percorso sul Purgatorio dantesco, una cantica bellissima, purtroppo non sempre apprezzata e adeguatamente studiata a scuola. Dopo il viaggio nell’Inferno, il Regno senza Dio, dove campeggiano grandi personaggi solitari, individualistici, presi da passioni totali e assolute, dominati dal male senza percepire il desiderio di redenzione, Dante ritorna a rivedere le stelle, sul far dell’alba, di fronte al «dolce color d’oriental zaffiro» e ad uno spettacolare «tremolar de la marina».

Ritornano la luce, il cielo stellato, la notte, dominano gli affetti, le amicizie, il senso della coralità e della comunità, il movimento e il cammino sostituiscono la staticità dell’Inferno. L’ansia di redenzione che si è manifestata anche solo per un istante in Terra trova una risposta nell’infinita misericordia divina. Dante viator incontra i grandi amici già defunti (Casella, Forese Donati), i poeti che gli sono stati maestri nell’arte della scrittura (a Virgilio si aggiungono Stazio, Guido Guinizzelli, Arnaut Daniel, …). Continua a leggere

La conversione dell’Innominato spiega quella di Manzoni

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di Giovanni Fighera 

Non è un ragionamento, ma un incontro che decide dell’esistenza: non un discorso o una morale, ma un affetto e un abbraccio! Manzoni nei Promessi sposi ci descrive la conversione dell’Innominato, a metà del romanzo, in posizione centrale, a testimonianza dell’importanza dell’episodio. Fallito il matrimonio a sorpresa, come abbiamo visto, Lucia e Renzo fuggono da Pescarenico: Lucia trova rifugio in un convento di Monza nella convinzione di trovare quella protezione di cui altrove non potrebbe godere; Renzo si trasferisce a Milano dove ingenuamente si trova coinvolto nei tumulti popolari scaturiti dalla carestia. Don Rodrigo medita il rapimento di Lucia, ma, una volta scoperto il suo nascondiglio presso la Monaca di Monza, comprende che l’unica possibilità per riuscire nell’impresa è ricorrere al sostegno dell’Innominato. Continua a leggere

La Giornata della memoria ci aiuti a capire e a giudicare il presente

Israele, giorno della memoria per i soldati ed i civili vittime dei conflitti tra Ebrei e Musulmani

di Giovanni Fighera

L’errore più grande che si commette oggi è pensare che fatti della gravità come lo sterminio degli ebrei perpetrato dai nazisti siano capitati solo nel tempo passato. Uno sguardo attento a quanto si verifica oggi nel mondo ci dimostra che i lager sono ancora oggi presenti (ad esempio in Cina), ma pochi ne scrivono, che cinquanta milioni di bimbi ogni anno vengono uccisi con l’aborto, che l’eugenetica nata sotto i regimi totalitari e vagheggiata dal nazismo è oggi presentata come modernità, che tante altre ingiustizie sono ancora commesse. Una giornata della memoria che accusasse il passato (come accade nella maggior parte dei casi) e che non riflettesse sul presente sarebbe ipocrita e farisaica. Se il presente deve illuminare il passato, è anche vero il contrario, ovvero che il passato deve aiutarci a scrutare meglio il presente. Continua a leggere