Soffrire per amore della verità e della giustizia

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Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei quali distruggerebbe l’uomo stesso. Ma ancora una volta sorge la domanda: ne siamo capaci? È l’altro sufficientemente importante, perché per lui io diventi una persona che soffre? È per me la verità tanto importante da ripagare la sofferenza? È così grande la promessa dell’amore da giustificare il dono di me stesso? Alla fede cristiana, nella storia dell’umanità, spetta proprio questo merito di aver suscitato nell’uomo in maniera nuova e a una profondità nuova la capacità di tali modi di soffrire che sono decisivi per la sua umanità. La fede cristiana ci ha mostrato che verità, giustizia, amore non sono semplicemente ideali, ma realtà di grandissima densità. Ci ha mostrato, infatti, che Dio – la Verità e l’Amore in persona – ha voluto soffrire per noi e con noi. Continua a leggere

«La misericordia ci salva dal potere totalitario»

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All’udienza generale del 24 febbraio 2016, papa Francesco ha proseguito il suo ciclo sulla misericordia, affrontando il problema del rapporto tra misericordia e potere. Il potere non è di per sé un male, ma quando diventa assoluto e totalitario si trasforma in oppressione. La parola profetica della Scrittura denuncia i potenti malvagi, ma mostra pure che Dio non vuole la loro perdizione: li raggiunge con la sua misericordia e li invita a convertirsi.

La Bibbia, ha ricordato il Papa, parla spesso dei ricchi e dei potenti, «e anche della loro arroganza e dei loro soprusi». Questo significa che ricchezza e potere sono necessariamente realtà diaboliche? No, ha spiegato il Pontefice. «La ricchezza e il potere sono realtà che possono essere buone e utili al bene comune, se messe al servizio dei poveri e di tutti, con giustizia e carità». Il problema sorge «quando, come troppo spesso avviene, vengono vissute come privilegio, con egoismo e prepotenza»: allora «si trasformano in strumenti di corruzione e morte». Un esempio è offerto dall’episodio della vigna di Nabot, descritto nel Primo Libro dei Re, al capitolo 21, che Francesco ha commentato. Continua a leggere

La maldicenza e la mormorazione

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“Le chiedo di parlarmi della mormorazione o maldicenza e quale ne sia la gravità”. Risposta di Padre Angelo Bellon, dal sito Amici Domenicani.
 
Carissimo,
1. la mormorazione è un peccato che va contro la carità perché se questa virtù mira a portare bene al nostro prossimo, la mormorazione ha come obiettivo la denigrazione altrui. Ma è anche un peccato contro la giustizia e per questo obbliga alla riparazione.

2. Ti riporto quanto dice San Tommaso: “La mormorazione e la maldicenza coincidono nella materia, e anche nella forma, cioè nell’espressione verbale: poiché l’una e l’altra consistono nel dir male del prossimo a sua insaputa. E per questa somiglianza talora si scambiano l’una con l’altra. Per cui quando l’Ecclesiastico (Sir 5,14) dice: “Non ti meritare il titolo di mormoratore”, la Glossa aggiunge: “Cioè di maldicente”. Continua a leggere

La carità eccede la Giustizia… ma non è mai senza Giustizia

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« Caritas in veritate » è principio intorno a cui ruota la dottrina sociale della Chiesa, un principio che prende forma operativa in criteri orientativi dell’azione morale. Ne desidero richiamare due in particolare, dettati in special modo dall’impegno per lo sviluppo in una società in via di globalizzazione: la giustizia e il bene comune.

La giustizia anzitutto. Ubi societas, ibi ius: ogni società elabora un proprio sistema di giustizia. La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del “mio” all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso « donare » all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. Continua a leggere

Vera pace non è proclamata ma vissuta

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Omelia allo stadio Koševo di Sarajevo
 
​Cari fratelli e sorelle,

nelle Letture bibliche che abbiamo ascoltato è risuonata più volte la parola “pace”. Parola profetica per eccellenza! Pace è il sogno di Dio, è il progetto di Dio per l’umanità, per la storia, con tutto il creato. Ed è un progetto che incontra sempre opposizione da parte dell’uomo e da parte del maligno. Anche nel nostro tempo l’aspirazione alla pace e l’impegno per costruirla si scontrano col fatto che nel mondo sono in atto numerosi conflitti armati. È una sorta di terza guerra mondiale combattuta “a pezzi”; e, nel contesto della comunicazione globale, si percepisce un clima di guerra.

C’è chi questo clima vuole crearlo e fomentarlo deliberatamente, in particolare coloro che cercano lo scontro tra diverse culture e civiltà, e anche coloro che speculano sulle guerre per vendere armi. Ma la guerra significa bambini, donne e anziani nei campi profughi; significa dislocamenti forzati; significa case, strade, fabbriche distrutte; significa soprattutto tante vite spezzate. Voi lo sapete bene, per averlo sperimentato proprio qui: quanta sofferenza, quanta distruzione, quanto dolore! Oggi, cari fratelli e sorelle, si leva ancora una volta da questa città il grido del popolo di Dio e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà: mai più la guerra! Continua a leggere

Perché nella Bibbia Dio fa morire così tante persone?

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La Rivelazione è stata progressiva per adattarsi alla comprensione umana
 
di DON ANTONIO RIZZOLO
 
Ma se Dio è Amore e contrario a ogni violenza perché nell’Antico Testamento fa morire così tante persone?

Mauro
 

È un problema che molti si pongono, leggendo la Bibbia. Nell’antichità l’eretico Marcione aveva trovato una soluzione semplicista: basta non considerare parola di Dio l’Antico Testamento e parte del Nuovo. Come superare, invece, questo contrasto e considerare tutta la Bibbia rivelazione di Dio? La costituzione conciliare Dei Verbum ci fornisce i due criteri fondamentali. Continua a leggere

I media e le parole

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(da La Croce Quotidiano, 28.01.15)
 
In un bello quanto antico telefilm –si chiamavano così all’epoca quelli che oggi sono più nobilmente serial tv- della serie Ai confini della realtà (Parole in libertà 1985) un uomo perdeva progressivamente il significato dei vocaboli. Non era più in grado di chiamare gli oggetti per nome e privo così del terreno comune finiva per non riuscire più a comunicare con chi gli stava intorno.

Questa stessa idea, un incubo per chiunque oggi disegnato sulla nebbia dell’Alzheimer (il delizioso mestolo di Barney) fu ripresa qualche hanno dopo dal fumetto Dylan Dog (dicembre 1995 albo gigante 4) in una vicenda nella quale il personaggio che perde il senso del linguaggio finisce suicida, rivelando l’importanza del comunicare per vivere. Senza senso si diventa pazzi. Continua a leggere