Sull’Italia la “bomba dell’invecchiamento”

Nel 2050 gli over 65 saranno un terzo. Bernabei (Italia Longeva): “Diventeremo un enorme e disorganizzato ospizio”
 
La popolazione italiana, in continua crescita negli ultimi cento anni, oggi diminuisce, e al contempo invecchia, più velocemente che mai: nel 2050 saremo due milioni e mezzo in meno, come se la città di Roma sparisse dalla Penisola. Ma il dato ancor più rilevante è che gli over 65, oggi un quarto della popolazione, diventeranno più di un terzo, vale a dire 20 milioni di persone, di cui oltre 4 milioni avranno più di 85 anni. La “bomba dell’invecchiamento”, pronta a esplodere già dal 2030 se non adeguatamente gestita, innescherà tra l’altro un circolo vizioso: l’aumento della vita media causerà l’incremento di condizioni patologiche che richiedono cure a lungo termine e un’impennata del numero di persone non autosufficienti, esposte al rischio di solitudine e di emarginazione sociale; così crescerà inesorabilmente anche la spesa per la cura e l’assistenza a lungo termine degli anziani, ma anche quella previdenziale, mentre diminuirà la forza produttiva del Paese e non ci saranno abbastanza giovani per prendersi cura dei nostri vecchi. Infatti, oggi tre lavoratori hanno sulle spalle un anziano, domani saranno solo in due a sostenerlo. Questi sono solo alcuni dei dati emersi dalle proiezioni sociodemografiche e sanitario-assistenziali al 2030 e al 2050 elaborate dall’Istat per Italia Longeva – Rete nazionale sull’invecchiamento e la longevità attiva, e presentate oggi al Ministero della Salute nel corso dellaterza edizione degli Stati Generali dell’assistenza a lungo termine, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care. “I dati presentati si riferiscono a semplici proiezioni della situazione attuale – avverte il presidente dell’Istat, prof. Giorgio Alleva – e pur non trascurando un rilevante margine di incertezza, non vi è dubbio che ilquadro prospettico sollevi una questione di sostenibilità strutturale per l’intero Paese”. Continua a leggere

“Allarme pillola del giorno dopo. Overdose di vendite”

da Noi Famiglia&Vita, supplemento mensile di Avvenire – Febbraio 2018
 
di Antonio Casciano
 
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario della legge 194, che, come noto, ha introdotto nel nostro ordinamento, era il 1978, la disciplina dell’aborto volontario (Ivg). Come prescritto dall’articolo 16 del testo normativo, il ministro della Salute presenta ogni anno al Parlamento una relazione concernente lo stato di attuazione della legge, sulla base dei dati forniti dalle regioni, raccolti dal Sistema di sorveglianza operante presso l’Istituto superiore di Sanità ed elaborati dall’Istat. La relazione di quest’anno si apre inanellando una serie di dati a conferma dell’andamento decrescente del numero di aborti praticati in Italia. Si legge infatti: «Per il terzo anno di seguito il numero totale delle Igv è stato inferiore a 100.000 [esattamente 84.926 nel 2016, di cui 59.423 a carico di cittadine italiane], più che dimezzato rispetto ai 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia». Il ricorso all’aborto appare in diminuzione in ogni fascia d’età, ancorché la percentuale delle minorenni che vi accedono pare essere rimasta invariata negli ultimi anni. Per ciò che riguarda istruzione, occupazione e condizione familiare, si può rilevare che il 46.5% delle donne italiane che hanno abortito nel 2016 era in possesso di licenza media superiore, il 47.4% era occupato, il 57,8% nubile, il 43,9% non aveva ancora avuto prole. Diverse le criticità che emergono a una disamina attenta del documento. Infatti, la diminuzione degli aborti è molto meno evidente in termini percentuali se si tiene conto della diminuzione della popolazione femminile in età fertile. Inoltre nella relazione si accenna solo timidamente alla pesante incidenza che, sulla riduzione del numero di Ivg, ha avuto il ricorso all’aborto precoce da farmaci che ostacolano l’annidamento dell’embrione nell’utero materno. Continua a leggere

Caritas: crisi Ue, aumentano i poveri

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In Europa 123 milioni di persone (24,5% della popolazione), 1 su 4, sono poveri, un dato in aumento perché aggravato dalla crisi e dai tagli dei governi al sociale, che hanno provocato le conseguenze maggiori proprio sui poveri, paradossalmente arricchendo i più ricchi. Ma le possibilità e le proposte per invertire la rotta, cambiando le politiche sociali, ci sono. È la denuncia lanciata oggi da Caritas Europa e Caritas italiana, presentando a Roma il terzo rapporto sulla crisi in Europa realizzato indagando i dati in alcuni Paesi deboli (Italia, Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda, Romania, Cipro) e proponendo una lunga serie di raccomandazioni. L’Europa, che si era impegnata a diminuire il numero dei poveri entro il 2020 con la Strategia di Lisbona, al contrario ne ha aumentato il numero: “Dovevano diventare 96,4 milioni entro il 2020, ossia 20 milioni di poveri in meno”, ha precisato Walter Nanni, responsabile dell’Ufficio studi di Caritas italiana, “sono invece aumentati. Viene da chiedersi se la medicina per risanare la spesa pubblica non abbia invece ucciso il paziente”. Continua a leggere

La sorprendente tenuta del matrimonio religioso

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di Giuliano Guzzo
 
L’Istat certifica una inversione di tendenza in Italia, in calo divorzi e separazioni

Ci sono almeno due aspetti singolari in “Separazioni e divorzi in Italia”, reportIstat divulgato ieri e contenente un’analisi dei dati per l’anno 2012. Il primo riguarda, per la prima volta dopo tanti anni, un deciso rallentamento dell’instabilità coniugale. «Nel 2012, infatti – nota l’Istat – per la prima volta le separazioni diminuiscono (-0,6%) mentre i divorzi già da qualche anno stanno registrando un calo (-5,8% in tre anni)». La ragione di questo con ogni probabilità deriva, più che da un’improbabile riscoperta del valore dell’indissolubilità matrimoniale, dall’impoverimento generale conseguente alla crisi economica. Tuttavia vale anche il ragionamento opposto, e cioè che l’idea che non pochi, fra le separazioni ed i divorzi conteggiati negli anni precedenti, fossero se non determinati quanto meno agevolati, per così dire, da una disponibilità finanziaria oggi fortemente ridimensionata. Continua a leggere

Poveri, disoccupati, pessimisti: ritratto degli italiani

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di Stefano Magni
 
“Vedo una luce in fondo al tunnel” diceva Mario Monti nel 2012. Un anno dopo abbiamo la conferma: quella luce erano i fari del treno che ci arrivava addosso. Sei milioni di disoccupati, “inattivi” e “scoraggiati”. Quasi cinque milioni di poveri. Un prodotto interno lordo che si contrae di 1,8 punti percentuali, peggio del previsto. Questo è il “treno” che ha investito il Paese, fotografato dalle tabelle Istat, l’istituto nazionale di statistica, riguardanti il secondo trimestre 2013. Li ha presentati ieri il presidente facente funzioni dell’Istat Antonio Golini durante un’audizione al Senato sulla legge di Stabilità. “Sta finendo la fase recessiva” titolano i quotidiani dopo questa relazione. Sì, forse perché sta finendo il Paese. Continua a leggere

Redditi giù, ecco chi ha fatto male i conti

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di Ettore Gotti Tedeschi
 
Abbiamo letto su tutti i giornali che, secondo il rapporto Istat (23 gennaio 2013), il reddito degli italiani è tornato indietro di ben 27 anni. Ma che significa un’affermazione del genere, come è possibile? Possiamo supporre che la crisi in atto ci ha reso più poveri per un 20% circa? Ma come si spiega? Potremmo magari supporre che in realtà l’economia, e conseguentemente i redditi, non siano mai cresciuti in questi 27anni? Cioè che per circa trent’anni la crescita del Pil , dei redditi, dei valori mobiliari e immobiliari è stata un bluff? Continua a leggere

Belletti: «Crollo nascite, emergenza nazionale»

Il commento di Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, agli ultimi dati ISTAT
 
«I dati diffusi dall’Istat sulle nascite prefigurano per il nostro Paese non più un “inverno” ma un vero e proprio crollo demografico» è il commento di Francesco Belletti, presidente del Forum.

«E non ha più neppure senso consolarsi con l’apporto delle donne straniere che mostrano anch’esse una fertilità in diminuzione. Risultato è che in un anno sono nati 15mila bambini in meno. Continua a leggere