ANNIVERSARI. Viva Pirandello, abbasso il pirandellismo

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di Giovanni Fighera
 
Centocinquant’anni fa nasceva Luigi Pirandello, uno dei più grandi geni del Novecento, non tanto perché si è cimentato in numerosi generi letterari raggiungendo risultati eccelsi, ma piuttosto perché si è reso interprete del suo tempo e della cultura contemporanea come pochi altri riuscendo a prefigurare gli scenari che si sarebbero aperti nel secolo scorso e nel nostro. Non solo. Pirandello è riuscito a comunicare la sua visione della vita, le sue riflessioni filosofiche ed esistenziali anche a persone che non erano filosofe, anche a popoli che non amavano la filosofia.

Se andiamo a rileggere le motivazioni del Premio Nobel attribuitogli dall’Accademia di Svezia nel 1934 scopriamo che viene riconosciuta allo scrittore la grande capacità di far amare la filosofia ad un popolo come quello svedese che non è per nulla filosofo. Leggiamo le ragioni: «Luigi Pirandello è uno scrittore notevole da molti punti di vista. Ma la cosa più straordinaria, nel suo caso, è che sia riuscito a conquistare per qualche tempo il grande pubblico e a orientare il suo interesse verso un teatro passabilmente pieno di speculazioni filosofiche. Continua a leggere

Pirandello: il comico, l’umorismo e lo sguardo pietoso sulla realtà

Che sguardo ha Pirandello sull’uomo? Con che occhi guarda la realtà e i suoi simili? Nel 1908 Pirandello approfondisce la questione della situazione esistenziale dell’uomo in un saggio che, oltre che testo di poetica e manifesto letterario dell’autore, è un sapiente libro esistenziale. Stiamo parlando de L’umorismo. La condizione umana, a detta dello scrittore, è sempre fuori chiave, come se l’uomo non fosse mai al suo posto e, impaurito dalla paura del vuoto e della vertigine conseguente, ricercasse una forma, lui che è sempre privo di forma. L’uomo, infatti, si muove da un pensiero all’altro, da un ideale all’altro, incapace di mantenere fede ad un proposito, pensato, ma subito dopo rinnegato e tradito. L’uomo è un puro fluire di forme e di pensieri.

«La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che […] non cessi. Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci […]. Ma dentro di noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso continua, […] componendoci una coscienza, costruendoci una personalità. In certi momenti tempestosi, investite dal flusso, tutte quelle nostre forme fittizie crollano miseramente». Continua a leggere

Il profeta dello smarrimento dell’uomo contemporaneo

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di Giovanni Fighera
 
Grande drammaturgo, romanziere, novelliere, l’agrigentino Luigi Pirandello (1867-1936) è uno dei più grandi geni del Novecento, letterato e, al contempo, filosofo. In lui sembrano incarnarsi le parole di Leopardi nello Zibaldone: «Il vero poeta è anche filosofo e il vero filosofo è anche poeta». Non sarà, forse, un caso allora se l’esordio di Pirandello è poetico, anche se poi l’autore trascurerà quella strada per dedicarsi alla prosa e al teatro, in cui emerge la sua più grande vena creativa.

La genialità di un autore riesce a comprendere la cultura della propria epoca, attraverso segni che i propri contemporanei non sono in grado di cogliere. Per questo le opere di Pirandello non potevano essere capite nei primi decenni in cui circolavano. A distanza di tanti anni, appare chiaro come descrivessero la perdita della bussola dell’uomo contemporaneo, ovvero, per dirla con Hans Sedlmayr, la perdita del centro, cioè la scomparsa della centralità dell’io. Continua a leggere