Modello Mellin, parla l’Ad Gavelli: «Qui mamme e papà sono un valore»

C’è una realtà lavorativa dove la «maternità non è più un problema per l’efficienza aziendale, ma anzi una risorsa da valorizzare ed incentivare». Parola di Fabrizio Gavelli, amministratore delegato della Mellin e di Danone Early Life Nutrition per il cluster – di nuova formazione – South East Europe (Italia, Grecia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania), oltre che general manager business services per tutte le aziende del Gruppo Danone in Italia e Grecia.

Al “modello Mellin” guarda con interesse anche il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, che studia gli esempi positivi di Welfare Familiare nelle aziende. Ma di cosa si tratta e perché le politiche aziendali family-friendly sono ancora così invisibili a livello mediatico? Pro Vita ha intervistato il manager dell’Azienda e lo ha chiesto a lui. In un Paese che preoccupa per i dati sulla denatalità, il messaggio della maternità come valore, anche aziendale, ha bisogno di essere capito e valorizzato.
 
Dottor Gavelli, partiamo dal principio. Cosa avete fatto nel tempo per facilitare la conciliazione vita-lavoro delle lavoratrici, e come siete diventati un modello da questo punto di vista? Quale l’elemento innovativo?

«Ci sono tre fasi che abbiamo affrontato: la prima concettuale, la seconda d’azione, la terza di risultati. Nella prima, quella concettuale, l’azienda è partita dalla convinzione che quello della denatalità fosse un problema per il Paese. Noi nel 2011 ci siamo accorti che la natalità stava diminuendo e la tendenza verso questo fenomeno era devastante. Poi si è consolidata, se leggiamo i dati: 100mila bambini persi in otto anni in termini di nascite. Oltre a questo, secondo i dati Inps, c’è un 20% di donne lavoratrici che perde il lavoro due anni dopo la nascita del primo figlio e subisce un taglio salariale del 35%. Per cui siamo partiti dal fatto che questa cosa fosse inaccettabile. L’obiettivo chiave non è stato soltanto la presa di coscienza del problema, ma anche la piena consapevolezza che una realtà aziendale può contribuire ad una controtendenza: se non a cambiare il Paese almeno a dare l’esempio. E così siamo diventati un laboratorio per battere un problema che riteniamo rilevante, per la nostra azienda in primo luogo, ma soprattutto per il Paese». Continua a leggere