La prescrizione è una norma di civiltà e va salvata

La prescrizione è una norma di civiltà e va salvata

di Alfredo Mantovano 

(centrostudilivatino.it)
 
Nel nostro sistema giudiziario una quantità impressionante di processi termina con quella ammissione di sconfitta da parte dello Stato che è la prescrizione. Di fronte alla proposta del ministro della Giustizia di fermarne il corso dopo la sentenza di primo grado non ha senso, come più d’uno ha fatto nella discussione che ne è seguita, ricordare quante prescrizioni maturano in Cassazione: appena l’1,2% dei fascicoli ivi pendenti. Il tempo negli uffici giudiziari in realtà decorre inutilmente o già nella fase delle indagini preliminari, o durante il giudizio di appello. Nel primo caso la prescrizione è il modo ordinario col quale più d’un p.m. trasforma in discrezionale quell’azione penale che la Costituzione impone come obbligatoria: talora schiacciato dalla mole dei procedimenti, il p.m. iscrive nel registro l’informativa di reato e la lascia morire senza trattarla. Nel secondo caso la prescrizione matura perché la fase dell’appello è diventata il collo d’imbuto dell’ordinamento, e non sempre i singoli distretti adottano misure organizzative tali da scongiurare esiti disastrosi: ricordiamo tutti la recente estinzione per prescrizione di due gravi violenze sessuali in un’importante Corte di appello del Nord, avvenuta non perché i termini per quel delitto siano brevi, ma perché si erano lasciati passare rispettivamente 20 e 17 anni senza giungere alla conclusione. Sospendere i termini dopo il primo grado scongiurerebbe certe sciatterie?

Usciamo da una discussione – more solito – dai toni ideologici. Esprimere riserve per l’emendamento del ministro Bonafede non equivale in automatico a schierarsi per l’impunità. Salviamo le intenzioni di tutti: quelle di evitare che i colpevoli approfittino del tempo che scorre per restare impuniti, e quelle di scongiurare che la sottoposizione a un processo penale diventi una condizione esistenziale perenne. Continua a leggere