Quanto fa dieci diviso tre?

Insegnare significa stare davanti agli studenti avendo a cuore la loro vita, cercando di aiutarli a guardare la realtà: una testimonianza da Washington.
 
di Roberto Amoruso
 
Le esperienze di educazione quest’anno sono state una provocazione costante. La domanda che sorge di frequente è che cosa diventi la realtà una volta che è guardata con coscienza. Per alcuni ragazzi, la condizione più naturale sembra essere quella virtuale: gruppi virtuali, amicizie virtuali, giochi dove con formazioni militari virtuali si combattono le guerre. Ma arriva il momento in cui devono stare davanti ad una realtà che non è virtuale, che li provoca, li cambia, chiede un rapporto reale e un confronto con ciò che non conoscono e che spesso non vogliono conoscere.

All’inizio dell’anno, uno dei miei ragazzi del primo anno di liceo, Shawn, non voleva neanche che io pregassi per la loro felicità o che pronunciassi la parola amore. Diceva che erano cose astratte. Per alcuni di loro, la realtà della famiglia è così tragica che anche la parola felicità fa paura. Ci sono volute alcune settimane perché se ne potesse parlare in classe. Ho dovuto metterlo davanti al fatto che, insegnando Sacra Scrittura, se ne sarebbe parlato spesso. Così, dai pensieri astratti e dalla realtà tragica, che sembra dire l’ultima parola, siamo pian piano passati ad una realtà misteriosa, sempre presente e amante. Dalla tragedia al mistero. Chissà se i greci, incontrando il cristianesimo, hanno dovuto fare lo stesso passo. Ma lo sguardo perso non era più solo quello di Shawn: l’incontro con la persona di Gesù, infatti, non era in programma. L’educazione che viene nelle scuole statali è per lo più accademica. Nella scuola dove insegno, invece, ciascun insegnante è davanti agli studenti avendo a cuore la loro vita e la loro educazione. Il fatto che all’inizio di ogni lezione si preghi per le loro famiglie, per la loro vita, piano piano li abbraccia e li accompagna.

La scorsa settimana abbiamo discusso di come i cinque sensi siano fondamentali per la realtà fisica. Quando ne manca uno, cominciano i problemi. Se ne mancano due, la vita diventa molto difficile. Se mancassero tutti e cinque, sarebbe impossibile. Ho chiesto loro che cosa, nel mondo spirituale, giochi il ruolo dei cinque sensi. Dopo qualche tentativo e un po’ di aiuti, un ragazzo è arrivato a dire: la fede. Così ci siamo avventurati in questo nuovo mondo, un po’ come a tentoni, come aprendo gli occhi per la prima volta in un luogo ancora buio. Una volta entrati in questa sorta di nuova dimensione, hanno capito che, se lì c’è qualcuno, sarebbe meglio comunicare. Hanno così fatto i primi passi verso la preghiera, scoprendo la possibilità di un dialogo reale. Continua a leggere

SCUOLA/ I giovani “diversi” che sfuggono al conformismo (e a Save the Children)

Tre ragazzi su cinque sono vittima di discriminazioni. L’ha detto Save the Children e come si fa a metterlo in dubbio? E invece la realtà dice altro
 
di Gianluca Zappa
 
L’ha detto Save the children e come si fa a metterlo in dubbio? Tre ragazzi su cinque sono vittima di discriminazioni. Le categorie dei discriminati sarebbero principalmente gli omosessuali, gli appartenenti alla comunità rom, gli obesi e quelli di colore. Almeno secondo i più di duemila studenti intervistati nelle scuole di secondo grado di tutta Italia. Subito dopo le suddette categorie vengono gli islamici e poi i poveri.

Bisognerebbe capire come sono state condotte le interviste, come erano formulati i quesiti. In ogni caso il dato non pare oggettivo, ma piuttosto relativo alle “sensazioni” degli intervistati. Insomma, la domanda, probabilmente, era: “Secondo te chi potrebbe essere considerato oggi come un diverso?”. E le risposte, infatti, sono molto politically correct. Peccato che la realtà sia anche diversa da questa correttezza del pensiero unico.

Attenzione, qui non si vuol dire che non esistano pregiudizi e un’effettiva chiusura nei confronti delle diversità sopra citate. Si vuole solo ampliare di molto il panorama a casi di discriminazione forse meno clamorosi, meno rinomati, ma quotidiani, presenti in ogni aula scolastica, di ogni ordine e grado, del nostro Paese. Più presenti di quelli ipotizzati dagli intervistati di cui sopra.

Oggi cominci presto ad essere discriminato, a scuola, tra i compagni di banco. Se non hai addosso l’abbigliamento che conta, se non puoi permetterti lo zaino, le scarpe, il giaccone, la maglietta, lo zuccotto che hanno tutti, quello che va di moda, sei fuori. Sei un “povero”, appunto. Già i bambini, che riescono ad essere perfidi, sparano giudizi sui loro coetanei, non appena cominciano a far uso di ragione. Se non hai la playstation, se non giochi all’ultimo videogame, sei una mezza tacca, non vali niente. Sei fatto fuori dal circoletto di quelli che tutti i santi giorni stanno lì davanti al video. Per andare in cerca di “diversi” non bisogna per forza scomodare le tendenze sessuali, la nazionalità, la religione. E a proposito di religione, non c’è bisogno di essere islamico: anche il ragazzo che frequenta la parrocchia cattolica oggi non va più di moda, ed è un diverso da ghettizzare. Continua a leggere

Non crollano solo i ponti

(Corriere della Sera, Lunedì 03 settembre 2018)

È la prima campanella dell’anno scolastico quella che suonerà tra poco: l’ennesima promessa di un nuovo inizio, rintocco del desiderio umano che non smette mai di sperare che una vita rinnovata e più piena possa sorgere dal ripetitivo orizzonte quotidiano. Immagina, cara/o collega, di sederti al posto di un tuo studente in questo primo giorno. Guardati entrare in classe, osservati: dal portamento ai libri che hai con te. Che cosa vedi? Perché sei lì? Per chi sei lì? Perché hai scelto chimica, italiano, fisica, diritto… e hai scelto di raccontarli a una nuova generazione? Rispondi a queste domande mentre ti vedi disporre gli strumenti del mestiere sulla cattedra. Adesso ascoltati formulare l’appello. Come pronunci i nomi dei tuoi studenti? Come guardi i loro volti? E che cosa vedi sul tuo?

Forse nel tuo sguardo puoi scorgere delusione e stanchezza, per un sistema che non valorizza la tua personalità e la tua professionalità… Ma ricorda che i ragazzi saranno lo specchio di ciò che trasmettono i tuoi occhi, perché lo sguardo umano non è mai neutro ma contiene esattamente la vita che vuole dare o togliere, così dal loro sguardo saprai sempre com’è il tuo. Desiderano ciò che tu desideri: essere riconosciuti, valorizzati, supportati. Non vedi, forse, la tua stessa carne? Perché non prendersene cura come vorresti si facesse con te? Proprio perché loro non sanno ancora farsi carico della vita, è a te, adulto, che chiedono di provarci, per poter scoprire che maturare è un’avventura e non una colpa da espiare. Essere adulti è questo: finita l’iniziazione alla vita, riuscire a portarne il peso, come un padre solleva suo figlio perché colga i frutti sui rami a cui neanche lui arriva. Se ti avvicini puoi scorgere sui loro volti i segni della solitudine e della paura: la spavalderia, le provocazioni, i silenzi, le maschere di questa età tradiscono il desiderio di avere un nome, di abitare la vita. Non sono forse i segni della tua stessa ricerca? Ma come far sì che la speranza sia sempre un passo avanti rispetto alla paura? Da dove attingere la pazienza e la generosità per farsi carico di queste vite? Un pensiero ti conforta: tu sai che sono la cultura e le buone relazioni le risposte a questa ferita, alla fragilità dell’io rispetto alla pienezza a cui aspira. La cultura generosamente condivisa nella relazione educativa, la trasmissione del vero, del bello, del buono, resistenti al tempo vorace, sono proprio ciò che consente di dare peso e senso alla vita, la risposta umana al nulla: «Ove tende questo vagar mio breve? E io che sono?», ti interrogano con le parole di Leopardi. Ti chiedono di «soffrire» per loro, e il verbo vuol dire sia «portare il peso» della vita sia «dare» la vita: concepirli e generarli. Non respingerli nel buio, lasciali venire alla luce, attraverso di te.  Continua a leggere

Alessandro D’Avenia: «Il celibato è una scelta, a volte fare l’amore è dare una carezza»

Lo scrittore della fragilità parla del nuovo libro e fa un bilancio dei suoi 40 anni. «Sono innamorato di Dio e delle persone. E quando vivi un sentimento così profondo che fai? Te lo tieni stretto»
 
«Ancora adesso, a quarant’anni anni, mi sorprende il modo in cui i miei genitori mi dimostrano che per loro sono importante. Questo mi dà una forza che nessuno può togliermi», dice Alessandro D’Avenia e racconta della mattina di un mese fa — il 2 maggio, giorno del suo compleanno — colazione nello stesso bar milanese in cui si trova ora, con vista su Santa Maria delle Grazie: «Ci eravamo salutati il giorno precedente a Roma: loro tornavano a casa, a Palermo, mentre io ero diretto a Milano, per riprendere la scuola. Così il 2 mi alzo, vengo qui e, colpo di scena, li vedo entrare e venirmi incontro per un abbraccio: avevano passato la notte da mia sorella, volevano esserci per farmi gli auguri a sorpresa. Sono cose del genere che mi hanno permesso di diventare l’uomo che sono».

Quanto è piena la sua vita? C’è il successo dei suoi libri: l’ultimo, «L’arte di essere fragili» (Mondadori), dallo scorso novembre è nella classifica dei più venduti, «pensavo di togliermi uno sfizio e fare un libro per i professori, sulla scuola che sogno con una letteratura al servizio della vita e non solo del programma, e invece…». C’è il suo lavoro di insegnante di italiano e latino al liceo San Carlo di Milano: «Ogni mattina, durante l’appello, guardo i miei studenti, uno per uno. Loro si spazientiscono. “Dai prof, è una tortura, perché lo fa?”. E io rispondo: perché voi siete più importanti della lezione. Curare le relazioni è la forma dell’amore nel nostro tempo veloce, fatto tutto di prestazioni anziché di presenze». Continua a leggere

Il nuovo progetto del Pontifico Consiglio per la Famiglia sull’educazione affettiva e sessuale degli adolescenti

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E’ destinato agli educatori cattolici di tutto il mondo. Mons. Vazquez: proviamo a spiegare attraverso un corso on line la bellezza dell’amore vero
 
Non poteva esserci cornice migliore della Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia per presentare il nuovo progetto delPontifico Consiglio per la Famiglia, dedicato all’educazione affettiva e sessuale degli adolescenti e dei giovani.

Intitolato “Il luogo dell’incontro” e costruito sull’immagine della tenda, questo itinerario educativo on line accompagna i ragazzi nella comprensione di sé come persone, chiamate a vivere ogni relazione con gli altri nella dignità e nel rispetto. La scoperta del progetto di Dio che chiama ciascuno ad amare costituisce il culmine delle sei unità in cui il percorso è suddiviso. Continua a leggere

Giubileo dei ragazzi, il Papa a sorpresa confessa i giovani in piazza S.Pietro

 
Papa Francesco è sceso a sorpresa in Piazza San Pietro dove ha iniziato a confessare i ragazzi e le ragazze che partecipano, a partire da oggi, al loro Giubileo. Il Papa è seduto su una sedia, vicino al colonnato, e confessa gli adolescenti, di età fra i 13 e i 16 anni. In tutto i sacerdoti mobilitati per il “confessionale” all’aperto in Piazza San Pietro e nelle zone adiacenti, per il Giubileo dei ragazzi e delle ragazze, sono 150.

Papa Francesco è entrato in piazza San Pietro intorno alle 11.30, tra la sorpresa generale dei ragazzi, che hanno cominciato anche a scattare foto con i telefonini. Francesco, in talare bianca e con la stola viola intorno al collo, si è seduto su una semplice sedia e confessa i ragazzi all’aperto, come gli altri sacerdoti che si sono attivati in questo confessionale-extra lungo il colonnato del Bernini. Continua a leggere

Il Papa: Ragazzi siate coraggiosi e controcorrente

papa4_49086973_300 “Siate coraggiosi e controcorrente.. Con Lui possiamo fare cose grandi; ci farà sentire la gioia di essere suoi discepoli, suoi testimoni. Scommettete sui grandi ideali!”.
Lo scrive il Papa nel Messaggio per il giubileo dei giovani, che si svolgerà dal 23 al 25 aprile e coinvolge i ragazzi dai 13 ai 16 anni.

 
Carissimi ragazzi e ragazze,

la Chiesa sta vivendo l’Anno Santo della Misericordia, un tempo di grazia, di pace, di conversione e gioia che coinvolge tutti: piccoli e grandi, vicini e lontani. Non ci sono confini o distanze che possano impedire alla misericordia del Padre di raggiungerci e rendersi presente in mezzo a noi. Ormai la Porta Santa è aperta a Roma e in tutte le Diocesi del mondo.
Questo tempo prezioso coinvolge anche voi, cari ragazzi e ragazze, e io mi rivolgo a voi per invitarvi a prenderne parte, a diventarne i protagonisti, scoprendovi figli di Dio (cfr 1 Gv 3,1). Vi vorrei chiamare uno a uno, vi vorrei chiamare per nome, come fa Gesù ogni giorno, perché lo sapete bene che i vostri nomi sono scritti in cielo (Lc 10,20), sono scolpiti nel cuore del Padre che è il Cuore Misericordioso da cui nasce ogni riconciliazione e ogni dolcezza. Continua a leggere