La legge per cui Charlie Gard non fu il primo a morire così

“…fallo sapere, fatelo sapere”, si conclude così il videotestamento di Marina Ripa di Meana dal titolo “Fate sapere ai malati terminali che c’è un’alternativa al suicidio in Svizzera”, video realizzato con la collaborazione di Maria Antonietta Farina Coscioni e rilasciato a Radio Radicale pochi giorni prima di morire. L’imperativo finale pronunciato con un filo di voce, di chi esce dalla scena, dalla vita, lanciando un ultimo appello: “si può scegliere di tornare alla terra senza ulteriori e inutili sofferenze”, in breve tempo ha ottenuto mezzo milione di visualizzazioni, suscitando l’interesse di molte persone che in qualche modo si interrogano su temi che prima o poi riguardano ogni famiglia: la sofferenza e la morte.

Ma quale sarà l’effetto di un tale appello? A cosa porterà un tale accorato testamento? Vuole essere uno strumento per chi cerca di portare in Italia l’eutanasia e il suicidio assistito, se non dalla porta principale dalla porta sul retro? Nella lettura dell’intera vicenda, dove si intrecciano parole come suicidio assistito, sedazione profonda, cure palliative, scelta di tornare alla terra, impropriamente accostate, ma facilmente travisabili, viene in mente un parallelo col mondo anglosassone.

La sanità inglese qualche anno fa, prima di noi, ha percorso una strada a senso unico verso una forma di eutanasia, non palesemente né legalmente dichiarata, tant’è che è stata battezzata come “euthanasia by the backdoor” (eutanasia dalla porta sul retro), ma la cui rilettura, con i risvolti drammatici annessi, ci dovrebbe far riflettere. Si tratta della storia del Liverpool Care Pathway. Continua a leggere

Bimbi con il Dna di 3 persone, agghiacciante sperimentazione

A. Morresi

di Assuntina Morresi
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«Il primo caso di ingegneria genetica su larga scala», che porterebbe il Regno Unito «dalla parte sbagliata della storia, con conseguenze orribili»: è il commento di autorevoli scienziati che già nei mesi scorsi si erano espressi contro le manipolazioni che faranno nascere bambini col Dna di tre persone, due donne e un uomo. Eppure il Parlamento inglese ieri ha approvato questa procedura, seguendo il solito mantra “terapeutico”: si eviterebbero in questo modo – così si dice – malattie incurabili. Ma le cose non stanno in questo modo, e non sono affatto semplici. In breve: si tratta di una tecnica di manipolazione genetica, analoga a quella che ha fatto nascere Dolly, la pecora clonata. Si può fare sul gamete femminile – l’ovocita – ma anche sull’embrione ai primi stadi. L’ovocita è una cellula che ha la maggior parte del Dna nel nucleo e una piccolissima percentuale al di fuori, dentro alcuni corpuscoli che si chiamano mitocondri. Continua a leggere

La Gran Bretagna e la chimera di produrre bambini con tre genitori genetici

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La Camera dei Comuni ha detto sì alla tecnica che permette la creazione di embrioni con tre genitori. Le opinioni di Josephine Quintavalle e Eugenia Roccella
 

Gran Bretagna, embrioni con tre genitori. Con 382 voti favorevoli e 128 contrari la Camera dei Comuni ha detto sì alla tecnica che permette la creazione di embrioni con tre genitori. L’intento, come al solito, è presentato sotto le migliori intenzioni. Sfruttando il dna di tre genitori genetici, si dice, si permetterà a donne portatrici di malattie mitocondriali gravi di avere bambini senza trasmettere le loro patologie. Portata avanti dai ricercatori dell’università di Newcastle, la tecnica è stata presentata come la soluzione per quelle «donne che vivono nella paura di tramandare ai propri figli una condizione dolorosa», come ha detto obert Meadowcroft, ad della Muscular Dystrophy Campaing.

SI INSEGUE UNA CHIMERA. Ma non tutti sono convinti, anzi. Contrari al “bebè su misura” si sono dichiarate la Chiesa cattolica e quella anglicana, ma anche associazioni come Human Genetics Alert e numerosi scienziati ed esperti di bioetica. Continua a leggere

Inchiesta governativa nel Regno Unito: la metà dei feti con trisomia 21 abortiti non figurano nei registri

(traduzione a cura di Anna Fusina)
 
Un’inchiesta governativa condotta nel Regno Unito, risalente al maggio 2014, rivela che i medici hanno infranto la legge non dichiarando o falsificando la motivazione degli aborti di feti con trisomia 21. Metà dei feti abortiti portatori di trisomia 21 sono così assenti dai registri.

Il Dipartimento della Salute ha pubblicato sul suo sito internet i risultati della sua indagine. I fatti hanno potuto essere riscontrati confrontando la banca dati del Dipartimento della Salute con quelli del National Down’s Syndrome Cytogenic Register (NDSCR).

Molte IVG (interruzioni volontarie di gravidanza) sono elencate in modo non corretto come IVG “sociali”, le quali rappresentano la più importante categoria. Altre non sono dichiarate. Ma secondo l’Abortion Act, il medico che esegue un’IVG deve compilare un formulario ed inviarlo alla Direzione medica entro 14 giorni. Secondo un portavoce del Dipartimento della Salute “i medici hanno il dovere legale di segnalare tutti gli aborti al Direttore Medico, compresi quelli motivati da un’anomalia del feto”. Continua a leggere