Depositati tre ddl per correggere la legge sulle Dat

Idratazione e alimentazione non sono terapie; il rappresentante legale in assenza di Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento) non può rifiutare o interrompere le cure senza passare dal giudice; la validità delle Dat richiede consenso informato e firma del medico, e quest’ultimo può non applicarle in caso di inappropriatezza clinica. Sono i tre punti cruciali di altrettanti disegni di legge depositati ieri dai senatori Gaetano Quagliariello (Idea) e Maurizio Gasparri (Forza Italia). “Abbiamo presentato in Senato tre disegni di legge mirati, chirurgici, per correggere quantomeno nei suoi elementi più gravi la legge sulle Dat e rimuovere dalla legislazione italiana le aperture eutanasiche sulle quali si è innestata la sentenza della Corte Costituzionale sul dj Fabo”, ha spiegato in una nota Quagliariello.

Il senatore abruzzese motiva quindi la sua iniziativa legislativa nell’orizzonte del pronunciamento dello scorso settembre della Corte Costituzionale, che ha dato un anno di tempo al parlamento per legiferare sul tema dell’eutanasia attiva, già in buona parte prevista dalla legge targata Pd, come ha spiegato Tommaso Scandroglio su questo quotidiano. “L’opposizione alla legge sull’eutanasia in discussione alla Camera”, ha aggiunto Quagliariello, “è un fatto scontato. Il vero punto è un altro: l’eutanasia nel nostro ordinamento di fatto già c’è, introdotta surrettiziamente dalla legge sulle Dat approvata durante il governo Renzi”. L’ex ministro per le Riforme ha poi ricordato che “avevamo invano provato a dirlo, e ora la Corte Costituzionale, riferendosi proprio a quella legge, ha chiesto al Parlamento di allargarne le maglie, affermando che se una persona può morire di fame e di sete per mano di terzi, non si capisce perché non possa morire direttamente con un’iniezione letale. È questa la situazione sulla quale dobbiamo intervenire, se vogliamo fermare l’eutanasia in Italia”. Continua a leggere

L’Argentina respinge l’aborto, storico voto grazie a donne e Chiesa

(da UCCR, 9.08.18)
 
Quel che non accadde in Italia il 22 maggio 1978 e in Irlanda il 25 maggio 2018, è accaduto oggi in Argentina. La legalizzazione dell’aborto è stata storicamente respinta da 38 deputati contro 31, preferendo salvare “entrambe le vite” -secondo lo slogan dei pro-life argentini- quella della madre e quella del figlio. Molto ha influito lo schieramento compatto per il “no” della Conferenza episcopale, guidata da vescovi vicini all’argentino Papa Bergoglio e da lui scelti personalmente.

E’ una sconfitta del potente apparato mediatico che ha letteralmente censurato le migliaia di manifestanti per la vita caratterizzate dal colore “azzurro”: in pagina solo ed esclusivamentefotografie delle bandiere “verdi”, quelle pro-aborto (e anche in questi primi minuti dopo il voto, i quotidiani esteri -in Italia quasi nessuno ha ancora dato la notizia- scelgono foto di manifestanti “verdi” tristi e sconsolati, ignorando la esultante “marea azzurra”). Un esempio su tutti: nonostante un sondaggio avesse riportato che la maggioranza delle donne argentine era schierata contro l’aborto, ieri La Stampa informava dell’evento raccontando della sfida delle donne per l’aborto legale e dando visibilità solo alla “marea verde”.

E’ una vittoria per coloro che non credono che la storia sia irreversibile. Il fatto che vi sia stata un’Irlanda che ha ceduto, non significhi che la battaglia per il diritto alla vita sia compromessa. El Salvador ha recentemente respinto la legge sull’interruzione di gravidanza -annullando le pressioni di New York Times e Amnesty International– e lo stesso ha fatto oggi l’Argentina. Continua a leggere