Liverpool. Per Alfie Evans disponibili due ospedali italiani

Una piccola speranza per Alfie, il bimbo inglese gravemente malato e destinato a morire per sentenza: il Bambino Gesù di Roma e il Besta di Milano si mettono a disposizione per fare il possibile.
 
Nel giorno in cui pareva dover terminare la sua vita con l’interruzione dei supporti vitali, per Alfie Evans si è aperto un piccolo spiraglio. Per il bambino di Liverpool, che non ha ancora due anni ed è affetto da una misteriosa malattia degenerativa del sistema nervoso, i medici dell’Alder Hey Children Hospital dov’è ricoverato hanno scaricato sul tribunale la più tremenda delle responsabilità: decidere il giorno per dare esecuzione alle sentenze – tre di tribunali inglesi più l’ultima della Corte europea per i diritti dell’uomo – che autorizzano a “staccare la spina” ritenendo ogni prosecuzione delle terapie come una forma di accanimento.

La storia di questo nuovo drammatico caso che coinvolge in Inghilterra un bambino colpito da una malattia rara e letale, i suoi genitori disperatamente impegnati a salvargli la vita, medici che invece insistono per interromperla e giudici che parlano di morte come «miglior interesse del bambino» presenta aspetti che mostrano fino a che punto può spingere l’idea che la vita umana dipenda dalle sue condizioni e non sia più un bene in sé. Un approccio ancora estraneo alla cultura medica che ci è più familiare. Tanto che, in cerca di una speranza, i giovanissimi genitori – Tom, 21 anni, e Kate, 20 – si sono rivolti proprio all’Italia. Continua a leggere

Chagall, la luce della croce che illumina il Novecento

di Michele Canali
 
Il Novecento è stato archiviato come il secolo più orribile della storia. Non sono solo i catastrofisti ad affermarlo, ma è una considerazione ormai unanime. Mai l’uomo ha vissuto tragedie tanto grandi quanto concentrate in un così breve spazio di tempo: due guerre mondiali, la crudeltà delle ideologie comunista e nazionalsocialista, i genocidi di armeni, ebrei, ucraini, quelli in Africa, quelli nell’ex Jugoslavia, quelli in Cambogia, per non ricordare che i principali.

Nel 1937, uno dei massimi geni artistici del secolo scorso, il pittore spagnolo Pablo Picasso (1881- 1973), immortalò con il quadro Guernica, la catastrofe vissuta dalla cittadina basca vittima di un tremendo bombardamento tedesco a sostegno del generale Francisco Franco (1892-1975). Nella tela, si perde la bellezza delle forme, lo spettatore è coinvolto nella disperazione e nella protesta, i colori cedono lo spazio a un monocromatismo malinconico. In breve tempo, Guernica è divenuto il dipinto più significativo del secolo, e per pubblico e critica il miglior manifesto del secolo XXI.

Eppure c’è stato un altro modo per raccontare i drammi di quel tempo.

Marc Chagall (1887-1985), pittore bielorusso ma naturalizzato francese e di origine ebraica, usava dire: «Io sono nato morto». Questo perché nel giorno in cui vide la luce il suo villaggio natale fu attaccato dai cosacchi durante un pogrom e la sinagoga frequentata dalla sua famiglia data alle fiamme. Chagall visse cioè sulla propria pelle quella violenza ideologica che poi ha attraversato tutto il Novecento.  Eppure non sono mai stati né il risentimento né la ribellione i protagonisti della sua opera. Anzi, la religione, la Bibbia e l’amore sono la sua costantemente fonte d’ispirazione.  Fu così che nel 1938 Chagall, non sentendosi rappresentato da Guernica ha risposto al suo autore spagnolo. Ne è nata la Crocifissione bianca, uno dei suoi capolavori, anche se spesso la critica la trascura. Il quadro confuta, infatti, la sfiducia di Picasso. Continua a leggere

Milano scopre una grande speranza. La città di chi corre e di chi non ce la fa

Lettera ad Avvenire di Paolo e Luca Tanduo
 

Caro Avvenire,
domenica 24 settembre la città di Milano accoglieva con migliaia di persone il nuovo arcivescovo, monsignor Mario Delpini. Sabato 30 settembre la città si ritrovava radunata in festa per i nuovi diaconi, con una gran folla ad attenderli fuori dalla cattedrale dopo la cerimonia. Sabato 7 ottobre circa cinquemila giovani nel Duomo di Milano per la Redditio Symboli si incontravano con l’arcivescovo Delpini. Per una città frenetica, piena di tante occasioni di ogni tipo, in continuo fermento, che a volte viene descritta come una città in cui le relazioni sono difficili da costruire, questi eventi, questa partecipazione, questi gesti appaiono un miracolo della fede e un segno di speranza: che ricorda che anche in una metropoli multiculturale si può vivere la relazione sia con Dio sia con gli altri, a dispetto di tanti stereotipi che vorrebbero mettere in contrapposizione la modernità con la relazione. Ha proprio ragione l’arcivescovo di Milano che nella sua prima Messa in Duomo ha ricordato alla città: «Non disperate dell’umanità, dei giovani di oggi, della società così come è adesso e del suo futuro: Dio continua ad attrarre con il suo amore e a seminare in ogni uomo e in ogni donna la vocazione ad amare», e ancora, in un messaggio pieno di fiducia e contro ogni pessimismo e scetticismo: «Non c’è nessun luogo della terra, non c’è nessun tempo della storia, non c’è nessuna casa e nessuna strada dove non ci sia l’amore di Dio. La gloria di Dio riempie la terra perché ogni essere vivente è amato da Dio».

Luca e Paolo Tanduo, Milano
 
«Non c’è nessuna casa e nessuna strada dove non ci sia l’amore di Dio». Che respiro antico e grande viene, ancora una volta nei secoli, dal Duomo di Milano. Un fiato di speranza e di fiducia in Dio, e negli uomini. Continua a leggere

Papa: “Vivi, ama, credi. E, con la grazia di Dio, non disperare mai”

In una udienza generale dedicata alla speranza, Francesco ha esortato a credere nel futuro: “Dio non delude: se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera”. Una preghiera per le vittime del terremoto che ha colpito il Messico.
 
Città del Vaticano (AsiaNews) – “Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia di Dio, non disperare mai”. Papa Francesco ha rivolto tale invito, “come educatore, come padre” a “un giovane o a qualsiasi persona aperta ad imparare” all’inizio di una udienza generale dedicata a “educare alla speranza”. Perché “Lì dove Dio ti ha seminato, spera! Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te, ma dentro. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri negativi. Credi fermamente che questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e che Dio ha messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi”.

Alle 30mila persone presenti in piazza san Pietro, Francesco – che ha chiesto di pregare per le vittime del terremoto che ha colpito il Messico – ha rivolto dunque una serie di inviti, a partire dall’affermazione che “Fede e speranza procedono insieme”. “Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che attende ogni uomo alla fine della sua esistenza.

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La profezia di Tocqueville. E la speranza che fa ripartire

di Giovanni Fighera

Il percorso sulla contemporaneità è giunto ormai al termine. Nella prima parte abbiamo evidenziato la condizione di solitudine e di disagio dell’uomo odierno. Quell’individualismo che nel Settecento illuministico era presentato come fine dell’affrancamento dell’uomo dalla superstizione religiosa e dalle false autorità del passato appare sempre più come esito nefasto di una società che fatica a sollevarsi, ad aiutare il più debole, a collaborare per uno sviluppo buono e comune. La conseguenza di un individualismo vissuto nella tranquillità e nella finta pace domestica, che non considera l’altrui miseria e sopravvive nella dimenticanza di una giustizia per gli altri, è il disinteresse per l’ambito pubblico e per la politica. L’individualismo corrisponde così ad una torre d’avorio isolata che può prosperare solo fino a quando non arriveranno le «truppe degli invasori» scontenti.

Già nell’Ottocento il saggista francese Alexis C. de Tocqueville (1805-1859) aveva anticipato gli esiti di questa posizione: «Una società in cui gli esseri umani si riducono nella condizione di individui “rinchiusi nei loro cuori” è una società in cui pochi vorranno partecipare attivamente all’autogoverno. La maggioranza preferirà starsene a casa e godersi le soddisfazioni della vita privata, almeno fintantoché il governo in carica, qualunque sia, produce i mezzi di queste soddisfazioni, e ne fa larga distribuzione». Continua a leggere

In ascolto della vita

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“Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore”.

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov

 
La gratitudine è una regola prima della grammatica sociale. Quando viene rispettata e praticata c’è più gioia di vivere, i legami si stringono, gli uffici e le fabbriche si umanizzano, diventiamo tutti più belli. Ma nel cuore umano non c’è soltanto il desiderio profondo di essere ringraziati, visti, riconosciuti per quello che siamo e per quanto facciamo.

Vi abita anche un altro bisogno profondissimo: quello di ringraziare. Soffriamo molto quando non riceviamo riconoscenza; ma soffriamo diversamente, e non meno, se e quando non abbiamo nessuno cui dire grazie. In questo la gratitudine assomiglia alla stima: non desideriamo soltanto essere stimati dagli altri, vogliamo anche poter stimare le persone con le quali viviamo. L’esistenza umana fiorisce quando nel corso degli anni aumentano sia la domanda sia l’offerta di gratitudine (e di stima), fino ad arrivare all’ultimo giorno quando, chiuderemo gli occhi pronunciando l’ultimo “grazie” – e sarà il più vero, il più bello. Continua a leggere

Coraggio, speranza, grazia e conversione

Papa Francesco

La santità è una strada da percorrere con coraggio, speranza, grazia e conversione. Papa Francesco nell’omelia della Messa celebrata oggi, 24 maggio 2016 a Casa Santa Marta ha preso spunto dalla Prima Lettura (1 Pt 1,10-16) per ribadire che la santità non si compra, non si vende e non si regala: è un cammino che dobbiamo fare noi in prima persona, in modo irreprensibile e con una conversione quotidiana, dei piccoli comportamenti – ha sottolineato il Santo Padre – come il non sparlare del nostro vicino, del nostro compagno di lavoro. Terminare la giornata magari con la lingua gonfia a forza di morsi, ma andando sempre avanti.

“Questo camminare: la santità è un cammino, la santità non si può comprare, non si vende. Neppure si regala. La santità è un cammino alla presenza di Dio, che devo fare io: non può farlo un altro nel mio nome. Io posso pregare perché quell’altro sia santo, ma il cammino deve farlo lui, non io. Camminare alla presenza di Dio, in modo irreprensibile. E io userò oggi alcune parole che ci insegnino come è la santità di ogni giorno, quella santità – diciamo – anche anonima. Primo: coraggio. Il cammino verso la santità vuole coraggio”. Continua a leggere