L’ordine dei giudici ai genitori: non potete trasferire Alfie

La polizia inglese in ospedale per impedire ai genitori di Alfie di portarlo altrove (Fermo immagine da Facebook) 
La Corte ha accettato di riesaminare il caso e ha fissato l’udienza per lunedì 16 aprile. Ai genitori è stata notificata dal tribunale una dura diffida perché non trasferiscano il figlio.

di Francesco Ognibene
 
Ai genitori di Alfie è stata recapitata una notifica dai toni perentori nella quale il giudice gli ingiunge di non far uscire il figlio dall’ospedale per trasferirlo altrove, com’è loro desiderio (al Bambino Gesù di Roma, scrive ora per la prima volta apertamente il loro avvocato). In un primo momento il documento, che gli impedisce di replicare la clamorosa iniziativa con la quale giovedì sera avevano tentato di uscire dall’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool e bloccato l’esecutività della sentenza per il distacco della ventilazione e della nutrizione assistite, era parso una vera e propria sottrazione della patria potestà con affidamento dei destini del bambino ai Servizi sociali. Ma se la forma è diversa, la sostanza non cambia: Alfie resta “recluso” (è il termine usato dal legale della famiglia) in ospedale, impossibile portarlo con l’eliambulanza già pronta all’aeroporto di Liverpool (intitolato a John Lennon, cantore della libertà di fare ciò che si preferisce) almeno fino a lunedì, quando il dossier sul bambino tornerà davanti ai giudici. Per uscire dall’impasse nella quale sembrava che il drammatico caso fosse finito, la magistratura inglese aveva infatti rimandato ospedale e genitori davanti alla Corte d’appello, che già aveva stabilito come nel suo “miglior interesse” il bambino dovesse morire.

L’udienza è fissata per lunedì 16. Imponendo ai genitori di non poter muovere il figlio senza l’autorizzazione dei giudici gli viene ora tolto il diritto di poter decidere cosa fare attribuendo allo Stato il pieno controllo del caso. Un atto che potrebbe anche essere l’anticamera per poter passare all’immediata esecuzione di una nuova sentenza favorevole al distacco delle macchine. Diversamente, la mossa resterebbe una gratuita umiliazione di due genitori che solo pochi giorni fa il tribunale aveva comunque lodato per il loro amore verso il figlio malato grave. Alla famiglia non resta che chiedere di mostrare pubblicamente il sostegno alla loro disperata causa: su Facebook, insieme all’invito a non seguire chi sta cercando di strumentalizzare il caso per altre battaglie non chiare, è apparso l’appello a presidiare pacificamente l’area davanti all’ospedale, con l’avvertenza – molto british – di non occupare la strada e non disturbare le attività del grande ospedale pediatrico. Un modo per prevenire eventuali eccessi e per mostrare uno stile che anche la polizia di Liverpool ha apprezzato riferendosi alla compostezza della manifestazione spontanea inscenata nella tarda serata di giovedì.  Continua a leggere

Nembrini: non “com’è andata oggi a scuola?” ma “sono contenta che sei qui”

Come sarebbe bello se per prima cosa la mamma, al rientro a casa del figlio, gli dicesse che è felice che ci sia e gli chiedesse se anche lui è contento. Dopo sì, si può parlare anche di scuola
 
L’espressione immortalata nell’immagine sopra l’articolo è quella che Franco Nembrini usa per inscenare la risposta del figlio. Per rendere anche plasticamente il senso di tormento che la solita domanda gli infligge.

Sempre la stessa, ripetuta ogni santo giorno, quasi nello stesso istante, proprio mentre sta per addentare il primo agognato boccone del pranzo da lungi desiderato. Parecchio lungi: dice che già alla campanella della seconda ora il ragazzone vede librarsi in aria, sotto il soffitto diventato greve dell’aula scolastica, una generosa porzione di lasagne fumanti.

“Tutto bene, mamma”. Prova a chiudere la questione il ragazzo e a riaprire la bocca sulla forchetta. Ma la mamma non desiste: “sarà pur successo qualcosa, no?”

“Niente. Non è successo niente“. O almeno, penserà il figliolo, non ho voglia, non ho l’energia per raccontartelo ora. E poi mi viene pure il sospetto che ti interessi solo quello…

In effetti è un’abitudine non così salubre e piuttosto diffusa nelle famiglie italiane quella di mettere tanta enfasi sul rendimento scolastico e non solo nei momenti topici (verifica, interrogazione, fine quadrimestre), ma ogni benedetto giorno. Continua a leggere

Giusy Versace: «Ho perso le gambe ma Dio mi ha regalato talmente tante cose che oggi farei peccato a lamentarmi»

di Silvia Lucchetti
 
Un inno alla vita attraverso la testimonianza di fede della campionessa paralimpica
 
Ho trascorso il sabato pomeriggio sul divano a riposarmi, mi sono presa l’influenza in pieno aprile – la più antipatica – , il proverbio dice: “Aprile dolce dormire”, ma lo tradurrei nel mio #mood del momento: “Aprile dolce tossire!”.

Comunque mentre facevo zapping per trovare qualcosa di carino da vedere in TV, e mi lagnavo con mio marito con frasi tipo “perché non mi fai compagnia qui sul divano invece di sistemare il giardino?”, ho trovato su Rai1 Giusy Versace. Lei ha quegli occhi che ti colpiscono, scuri e accesissimi, due lucciole, e sempre umidi, come se avessero dentro il riflesso dell’acqua. Mi è venuta subito voglia di ascoltarla. Intanto i fazzolettini li avevo già a portata di mano per il raffreddore…

Era ospite della trasmissione “A Sua immagine”, condotta da Lorena Bianchetti, e nel momento in cui mi sono sintonizzata ha detto: Continua a leggere

“Ubi Caritas” come non l’avete mai sentita prima

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Audrey Assad offre un’interpretazione moderna di un antico pezzo di musica sacra
 
Audrey Assad porta nuova vita al canto latino “Ubi Caritas”, dal suo album “Inheritance“, del 2016. Quella di accompagnare le parole da una melodia celtica è stata una decisione ispirata, che esalta il testo antico coinvolgendo il pubblico.

Lo stile di Assad si incentra sulla sua voce, leggera e melodiosa, e lei sa sempre come realizzare al meglio ogni verso. Il rumore ambientale diventa, lentamente, un dolce accompagnamento di archi, poi affiancato da un deciso rullante.

È una boccata d’ossigeno vedere un’artista contemporanea interpretare i “classici” delle canzoni cristiane. C’è stato un tempo in cui ogni compositore che si rispettasse esplorava la musica sacra, e siamo davvero grati che Audrey mantenga viva la tradizione. Ci piacerebbe sentire questo pezzo arrangiato per un coro di voci bianche. Continua a leggere

Parlamento Ue. Soldi Ue per gli aborti a Belgio, Olanda, Svezia e Danimarca

Soldi Ue per gli aborti a Belgio, Olanda, Svezia e Danimarca

Il video denuncia della Ong Culture of Life Africa: «Molti Paesi occidentali hanno deciso di riunirsi per raccogliere soldi per l’aborto ma non fondi per il cibo in Africa»
 
Quattro Paesi europei esortano a prendere il posto degli Stati Uniti sul fronte del finanziamento all’aborto nei Paesi in via di sviluppo, ma gli africani li avete ascoltati?

Questo è imperialismo culturale e neocolonialismo. È il duro messaggio lanciato in un video il cui titolo dice tutto: «La dittatura dei ricchi donatori», che si espande nel mondo proprio mentre oggi Belgio, Olanda, Danimarca e Svezia organizzano al Parlamento europeo una conferenza sull’iniziativa internazionale «She decides» («Decide lei», ne fanno parte anche Stati di altri continenti, ad esempio il Canada). L’iniziativa è stata lanciata a gennaio dal ministro olandese per il Commercio estero Lilianne Ploumen per raccogliere fondi a livello internazionale allo scopo di finanziare programmi di aborto nell’ambito della cooperazione allo sviluppo dopo che il decreto del neo-presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva vietato di erogare soldi pubblici alle ong che includano l’aborto nei loro programmi di aiuti. Continua a leggere

Confessione di un ex-abortista

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del dr. Bernard Nathanson
 
Sono personalmente responsabile di aver eseguito 75.000 aborti. Ciò mi legittima a parlare con autorevolezza e credibilità sull’argomento. Sono stato uno dei fondatori della National Association for the Repeal of the Abortion Laws (NARAL), nata negli Stati Uniti, nel 1968. A quel tempo, un serio sondaggio d’opinione aveva rilevato che la maggioranza degli Americani era contraria a liberalizzare l’aborto. In capo a soli 5 anni, noi riuscimmo a costringere la Corte Suprema degli Stati Uniti ad emettere la decisione che, nel 1973, legalizzò l’aborto completamente, rendendolo possibile virtualmente fino al momento del parto.

Come ci riuscimmo? È importante capire le strategie messe in atto perché esse sono state utilizzate, con piccole varianti, in tutto il mondo occidentale al fine di cambiare le leggi contro l’aborto. Continua a leggere